Giallo di Buja – La ventiduesima tappa

Abbiamo chiesto ad Alessandro De Marchi di guidarci nella "bolla" del Tour de France 2020, facendoci sapere di tanto tanto quel che accade intorno a lui. Avremo due occhi, due orecchie e una penna all'interno della Grande Boucle: sono quelle del Rosso - pardon - Giallo di Buja.

 

*

Eccoci qua. Ho appena terminato quella che chiamo la ventiduesima tappa: il lungo viaggio verso casa, cominciato stamattina e concluso verso metà pomeriggio.

La primissima cosa che ho fatto appena arrivato è stato caricare la lavatrice in cantina, per alleggerire la valigia da trascinarmi su per le scale. Poi neanche il tempo di rilassarmi che sono uscito con Anna e Andrea.

Purtroppo per votare era già tardi, così siamo andati a vedere come procede il cantiere della nuova casa. Ma soprattutto siamo passati a ordinare una bella pizza che stiamo per mangiare. Per me, una zingara.

Durante il viaggio ho avuto tempo di ricapitolare un po' tutto quel che è successo in Francia, perché gli ultimi giorni sono stati frenetici, come sempre succede alla fine di un grande giro, specialmente al Tour. E specialmente in questo Tour.

Devo dire che la giornata di ieri è stata toccante. Il fatto che mancassi da Parigi da qualche anno si è fatto sentire.

È sempre emozionante arrivare sui Campi Elisi. Il momento più speciale è quando entri sul rettilineo finale e vedi in fondo l'Arco illuminato dal sole che comincia ad andare giù. È lì che la soddisfazione viene a galla: realizzi di essere stato ancora una volta in grado di completare un evento che fa parte della storia dello sport.

Per un attimo dimentichi tutto quello che hai passato e ti dici cazzo, sono un'altra volta a Parigi, ho corso un altro Tour de France. Non è una cosa da poco.

È stato il mio quarto Tour e mezzo, il dodicesimo grande giro completato. Un piccolo bottino di cui vado fiero: sono orgoglioso di poter dire che ho corso dodici grandi giri.

Come sempre la tappa finale è stata una grande parata. Partenza da tartarughe: i primi chilometri sono una sfilata, siamo sempre tutti induriti dalle fatiche, dal trasferimento, dalla mattinata oziosa trascorsa a sistemare le valigie. Questa volta poi si partiva tardissimo, alle quattro del pomeriggio, quindi tutto si è risvegliato molto molto lentamente.

Fino a che non siamo entrati in Parigi: lì comincia la vera bolgia. 

Di solito quando emergevi dal silenzio del tunnel, prima dell'ultimo chilometro, venivi travolto da un boato tipo stadio e ti si riempiva la testa di rumore e di suoni.

Ieri non è accaduto, era tutto chiuso ermeticamente. Ma l'emozione rimane. Il fatto di poter correre in libertà sui Campi Elisi è una soddisfazione enorme.

Poi tutto è finito in grande tranquillità. Per noi della vecchia guardia della BMC è stata una giornata un po' malinconica, perché per tutti (corridori, staff, massaggiatori, meccanici, autisti) c'era soddisfazione ma al tempo stesso la consapevolezza che era l'ultimo Tour de France della squadra.

Il nostro manager americano Jim Ochowicz ieri ha concluso il suo ventiduesimo Tour. Pensate quanta storia. 

Quindi c'era malinconia, si sentiva nell'aria, si percepiva molto bene. Tutto ciò è stato accentuato dal fatto che per le questioni legate al CoVid la squadra ha anche ridotto al minimo indispendabile le cene e i festeggiamenti a cui eravamo abituati a Parigi.

Non eravamo nemmeno al completo, ieri sera: alcune persone dello staff erano partite prima per ridurre gli spostamenti. Ci siamo limitati ad una cena nell'hotel in cui abbiamo pernottato, in forma molto intima e semplice. 

Ho trovato importanti le parole che ha detto Jim a tavola. Ha sottolineato che questo è stato un Tour difficile. Un Tour in cui ognuno ha lottato per far vedere che era lì, ma da cui nonostante tutto siamo usciti senza aver vinto una tappa, che era il vero obiettivo. Nonostante questo, Jim ha sottolineato che completare il Tour de France è una vittoria di per sé, e noi ci siamo riusciti.

La giornata è stata caratterizzata quindi da queste due sensazioni. La soddisfazione ha dovuto convivere con la malinconia del fatto che ieri è terminato qualcosa. Rimangono altre gare importanti con questa squadra, ma il piatto forte è andato. Si è concluso un capitolo.

Quando mi sono sfilato ai meno due chilometri, dopo aver cercato di aiutare Matteo per la volata finale, ho fatto un po' i miei conti. Sono arrivato con calma, un po' staccato, e in quel momento ho realizzato quanto questo Tour sia stato difficile per me, anche per via di alcune situazioni personali nate in queste settimane. Sono cose molto intime, riguardanti me e la mia famiglia, che mi sono portato dietro e hanno reso più complesso questo mio Tour.

Mentalmente non sono mai stato davvero concentrato; forse era impossibile farlo. Potete immaginare cosa diventi una gara di tre settimane quando ti porti dietro anche problemi esterni alla gara...

Negli ultimi giorni sono successe davvero molte cose. Qualche giorno fa avevo parlato dei miei programmi futuri, e al di sopra di tutto c'era la grandissima voglia di partecipare al Giro d'Italia, che avrebbe avuto come momento massimo i tre giorni in Friuli, quasi tutti vicino a casa mia.

Avevo in mente questo, ma a volte le cose non vanno come si desidera: qualche giorno fa ho avuto la comunicazione dalla squadra che non sarò selezionato per il Giro.

I motivi sono diversi e complicati da spiegare. Non ritengo che abbia senso farlo qui, non renderebbe giustizia né a me né a chi ha preso decisioni che vanno al di là del puro ambito sportivo.

Purtroppo quello che conta è che al Giro non ci sarò.

Ora mi vedo un po' costretto a fare i conti con questa novità. È un cambio di programma dell'ultimo minuto, e mi tocca rimettere in equilibrio tutto per chiudere questa stagione come si deve. Proprio perché è l'ultimo anno di questa splendida squadr,a fin da subito ho avuto il desiderio di concluderla con un ricordo bello, qualcosa di positivo, e non posso dire che il Tour lo sia stato.

Il Giro era ciò che desideravo come persona, prima ancora che come ciclista, ma non sarà così.

Correrò le classiche delle Ardenne, probabilmente sarà quella la chiusura della mia stagione. Devo rimboccarmi le maniche e cambiare il focus: da tre settimane di corsa a quattro gare secche e micidiali. Ma mi sto sforzando di vedere questa come un'opportunità, uno stimolo.

Certe situazioni sono difficili da gestire, ma lo sport consiste proprio nel superare questi momenti. Pensate al povero Primož, che ha perso il Tour alla penultima tappa...

Testa bassa e pedalare, per altri quindici giorni. Con una grande rabbia, non posso nasconderlo, rabbia da scaricare sui pedali in queste ultime gare. 

Prima però devo chiudere questo diario, che per me è stata una grande sorpresa.

Raccontarmi mi ha dato modo di riflettere di più su molte cose che ero abituato a vedere distrattamente in gara, a rivalutare routine che davo per scontate, approfondire dettagli che nemmeno notavo. È stata una forma di decompressione quotidiana che mi ha aiutato a riequilibrare le energie.

Un'esperienza che rifarei, sicuramente. Io ci sto. E voi?

 

ADM

 

Foto in copertina: Chris Auld.

Puntate precedenti:

20.09 - Sul filo
18.09 - Portare a casa la pellaccia
16.09 - Gli occhi di traverso
15.09 - I conti con la strada
14.09 - Un paio di belle notizie
12.09 - Menare menare menare
11.09 - Una gamba su e una gamba giù
10.09 - Il campanile
08.09 - Service!
07.09 - Giornate da Snickers
06.09 - Un principio elementare
04.09 - L'appuntamento
03.09 - Chissà che la ruota non giri
02.09 - Il pelo sullo stomaco
01.09 - Sempre più tardi
30.08 - Troppi VIP
29.08 - Come birilli
28.08 - La (ri)partenza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Categoria: