Giallo di Buja – Sul filo

Abbiamo chiesto ad Alessandro De Marchi di guidarci nella "bolla" del Tour de France 2020, facendoci sapere di tanto tanto quel che accade intorno a lui. Avremo due occhi, due orecchie e una penna all'interno della Grande Boucle: sono quelle del Rosso - pardon - Giallo di Buja.

 

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Buongiorno a tutti. 

Ieri tappa numero venti, una bellissima cronometro che è stata un mix di tutto ciò che è il ciclismo: drammaticità e passione, una storia che nasce e un'altra che finisce, un giovane che sale alla ribalta sorprendendo tutti e un ragazzo che per tre settimane è stato il faro del Tour e perde tutto all'ultimo centimetro.

A dirlo suona forse come un cliché, ma questo è lo sport. Credo che ieri lo sport si sia realizzato davvero nella sua completezza.

Come dicevo a inizio Tour, il ciclismo è un continuo intrecciarsi di storie, e alla Planche des Belles Filles ne abbiamo avuta un'ulteriore prova. Un cambiamento del genere all'ultimo momento ha attirato attenzione come non capitava da tanto tempo.

È bello e brutto allo stesso tempo. Non so di preciso cosa sia successo a Roglič. Credo più che altro sia stato Pogačar a vincere il Tour. Rogla in fin dei conti è arrivato quinto ieri... Secondo me ha pagato più mentalmente che fisicamente, ma credo la risposta non ce l'abbia nemmeno lui.

Ed è questo il bello del ciclismo: c'è ancora qualcosa di imprevedibile che lo rende unico. Per questo lo sport ha un valore aggiunto, perché si parla tanto di performance, agonismo, eccetera eccetera, ma alla fine si arriva all'essenziale: a storie di persone che vincono e perdono.

Oggi, grazie ai media e non solo, si riesce a condividere moltissimo di queste storie, e dai commenti che ho letto in giro mi sono reso conto che molte persone sono state toccate emotivamente da quanto è accaduto ieri. Questa è una delle ragioni fondanti del nostro lavoro.

Tornando al mio, di Tour de France, devo dire che è finito meglio di com'era cominciato.

Ieri è stata una bella giornata per me. Ero determinato a fare una buona crono, volevo seguire il piano che è stato la base di questo Tour: dare il massimo,  fare il meglio che potevo. Sembra una stupidaggine, ma vi garantisco che non è così semplice.

È da un po' che ho cominciato a concentrarmi su questa specialità. Oramai vedo tutte le cronometro come una piccola occasione per provare a migliorare e a capire qualcosa di più. Voglio fare tutte le crono impegnandomi, seguendo sempre lo stesso approccio sia mentale che pratico.

Sento di essere migliorato parecchio in questo "protocollo", che ormai è ben oliato. È un mix di lavoro tecnico e mentale, come un continuo accumulare informazioni che si aggiornano di volta in volta, facendoti progredire.

E sono moderatamente soddisfatto. Su tanti aspetti mi sento più solido e concreto rispetto a un paio d'anni fa. Su altri ovviamente ho ancora un po' di lavoro da fare.

Ieri ad esempio il percorso era davvero esigente. Sulla carta il punto decisivo era la salita finale, con quei cinque chilometri molto ripidi, e forse io ho commesso proprio l'errore di concentrarmi troppo sulla salita, tralasciando un po' i trenta chilometri di pianura che precedevano la rampa finale.

Col senno di poi, avrei potuto osare un po' di più nella prima parte e gestire nel finale, anziché provare a incrementare nel tratto in salita.

Questa non è una cosa semplice da fare. In una crono devi camminare sul filo sin dall'inizio. Devi tirar fuori ulteriori energie quando le cose si fanno più dure, nel finale. Anche la crono di ieri quindi è stata utile per migliorare in alcuni aspetti.

Ieri è stata una bella giornata anche perché ho rivisto il vecchio Tour de France in tutto il suo splendore.

La salita era piena zeppa di gente, ma anche i trenta chilometri prima erano affollati. Per un attimo, forse anche preso dall'entusiasmo di fare la crono a tutta, mi sono un po' dimenticato del CoVid e mi sono goduto questa marea di gente che ti aiutava ad andare oltre e a dare sempre di più.

Ho cominciato a godermi il pubblico sin dal mattino molto presto, quando sono uscito a fare la ricognizione sul percorso. Già alle nove si notava questa lunga processione di tifosi di ogni tipo.

C'era gente in bici, gente a piedi, gente con lo zaino, gente con la griglia, gente con tenda da montare... insomma, tutti i tipi di persone possibili e immaginabili che si incamminavano lentamente verso la salita finale. Davvero una marea di gente. Tutti silenziosamente si giravano quando ti sentivano arrivare, mollavano le borse e cominciavano ad applaudire, ancora prima che la gara fosse iniziata. Ed è bello, proprio bello.

A fine corsa ci siamo sciroppati altre quattro ore abbondanti di auto per arrivare alla periferia di Parigi. Ieri sera pioveva anche, ma ora sembra essere uscito un po' di sole e dovremmo essere "salvi". Fare i Campi Elisi con la pioggia non sarebbe affatto una passeggiata, anzi. Speriamo che regga e che stasera tutto vada bene, come pare.

La giornata è ancora abbastanza lunga, perché la tappa comincia verso le quattro.

Siamo a un passo dalla fine di questo mio quarto Tour de France. Dovrei dire quarto e mezzo, considerando le nove tappe disputate l'anno scorso prima della caduta.

Ci sono state alcune piccole cose che non sono andate come speravo, ma credo proprio che stasera il sentimento prevalente sarà uno solo: la soddisfazione.

 

ADM

 

Foto in copertina: Chris Auld.

Puntate precedenti:

16.09 - Portare a casa la pellaccia
16.09 - Gli occhi di traverso
15.09 - I conti con la strada
14.09 - Un paio di belle notizie
12.09 - Menare menare menare
11.09 - Una gamba su e una gamba giù
10.09 - Il campanile
08.09 - Service!
07.09 - Giornate da Snickers
06.09 - Un principio elementare
04.09 - L'appuntamento
03.09 - Chissà che la ruota non giri
02.09 - Il pelo sullo stomaco
01.09 - Sempre più tardi
30.08 - Troppi VIP
29.08 - Come birilli
28.08 - La (ri)partenza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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