Giallo di Buja – Troppi VIP

Abbiamo chiesto ad Alessandro De Marchi di guidarci nella "bolla" del Tour de France 2020, facendoci sapere di tanto tanto quel che accade intorno a lui. Avremo due occhi, due orecchie e una penna all'interno della Grande Boucle: sono quelle del Rosso - pardon - Giallo di Buja.

 

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Seconda tappa del Tour, la prima un po’ agrodolce per me.

Può capitare: il Tour è difficile da interpretare. È talmente mutevole che puoi partire con un piano ma poi ti tocca adattarti strada facendo.

Per essere solo la seconda tappa, questa era parecchio impegnativa. Due salite dure come quelle di oggi di solito non capitano al secondo giorno. In più c’era un bel finale, e la maglia gialla in palio. Per questo avevo fatto un minimo pensiero su questa tappa: durante lo sparatutto iniziale per entrare in fuga, ero sul chi va là. Valeva la pena stare attenti.

Quindi, come previsto, partenza a razzo. La fuga buona è partita al primo scatto, ma purtroppo io non c’ero. Non sempre sono uomo da primo scatto.

Per ripicca, allora, ho cominciato a fare il tifo per il gruppo.

È un po’ scorretto, lo riconosco. Ma per uno come me, che ama così tanto le fughe, non esserci dentro è frustrante. Così sono passato dalla parte degli avversari.

Per il resto, la tappa è stata abbastanza regolare. La fuga è rimasta sempre a tiro, e si è capito subito che difficilmente sarebbe arrivata in fondo. 

Il piano b per me poteva essere provare a rimanere coi primissimi sul Col d’Èze, nel finale, ma quando la corsa è entrata nel vivo ho capito che proprio non era la mia giornata migliore.

Come ha detto Andrea Fusaz, il mio preparatore, c’erano “troppi VIP” davanti. Troppi pezzi grossi.

Era uno di quei giorni in cui a un certo punto capisci che hai più da perdere che da guadagnare. Che rischi di fare una gran fatica e rimanere con un pugno di mosche in mano.

Quindi ho alzato bandiera bianca, ho cominciato a salvare un po’ di energie che potrebbero tornare buone al momento giusto, più avanti. Perché qui tutto va messo in relazione pensando alle tre settimane, non al singolo giorno. Arrivare a cinque minuti, tre o venti, per me cambia poco.

È andata così: remi in barca e tranquillo fino all’arrivo, a una ventina di minuti di Alaphilippe. Gli ultimi trenta chilometri li ho fatti nel gruppetto.

Oggi, insomma, era la giornata in cui andava presa la decisione di mollare, di dire “okay, mi stacco, inizio a salvare la gamba e ci vediamo alla prossima puntata”. 

Non è mai una decisione semplice come potrebbe sembrare, questa. Bisogna avere le palle per decidere di non insistere oltre.

Adesso inizia una fase di studio in cui giorno dopo giorno dovrò cercare di capire se e quando potrà esserci spazio per me, in questo Tour. Incrociamo le dita.

Per giocarmi le mie carte dovrò aspettare ancora un po’. Domani penso sia un’occasione per velocisti, inutile sparare cartucce.

Poi magari verrò smentito come Trentin con le previsioni del tempo, ma vabbè.

ADM

 

Puntate precedenti:

29.08 - Come birilli
28.08 - La (ri)partenza

 

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