Un sogno che mantiene giovani

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    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

Philippe Gilbert ha cominciato a parlare del suo progetto per la stagione 2018 quando ancora si pedalava lungo il calendario dell'anno precedente. Non c'era nessuno segreto, bastava seguirne la traiettoria in sella per intuirlo, ma è durante l'inverno che il vallone ha voluto precisarlo con un annuncio chiaro: l'obiettivo sono la Milano-Sanremo e la Roubaix. L'obiettivo, in termini più ampi, è affiancare i tre giganti delle classiche nel libro della Storia del ciclismo. Soltanto Rik Van Looy, Eddy Merckx e Roger de Vlaeminck infatti sono riusciti nell'impresa unica di conquistare tutte e cinque le classiche monumento. Dal 3 aprile del 1977, giorno dell'unico (incredibile a dirsi) Giro delle Fiandre vinto dal Gitano di Eeklo, sono passati oltre 40 anni e ci hanno provato in pochi, perchè un risultato del genere è ad appannaggio dei soli fenomeni. A quota quattro si è fermato Sean Kelly, a tre sono arrivati corridori del calibro di Bernard Hinault, Francesco Moser, Paolo Bettini, Moreno Argentin e Michele Bartoli; più recentemente Fabian Cancellara... e Philippe Gilbert.

Ciò che intende fare Gilbert dunque non è vincere due corse, ma rendere omaggio allo sport che lo ha accolto e lo ha fatto grande, ampiamente ricambiato. Il suo non è un obiettivo, Gilbert parla di folle sogno, ma di fatto si tratta di un atto d'amore. E come ogni gesto d'amore ha l'incoscienza di un salto nel buio: se Gilbert non ha conquistato le classiche che gli mancano sin qui, in una carriera strabordante di successi, è perchè sono quelle che meno gli si addicono, che ha addirittura corso meno. Sarebbe stato molto più semplice rimettere nel mirino l'Amstel Gold Race o la Liegi, aggiungere più abbordabili successi al suo curriculum, ma non sarebbe stato amore, e non sarebbe stato nemmeno il ciclismo di Philippe Gilbert.

Nato a Remouchamps, paesino da cui si impenna la leggendaria Côte de La Redoute, Gilbert ha le grandi classiche nel DNA. Sono le corse che albergano da sempre nel suo cuore, per la loro storia, soprattutto perchè sono le gare dove non ci si può nascondere, tanto che lo stesso corridore vallone ammette candidamente di non trovare grandi stimoli nelle corse a tappe, "dove non gareggi per vincere, ma per non perdere". Lo stesso sogno di aggiudicarsi tutte le monumento non è comparso da poco nei sonni di Gilbert, è qualcosa che lo seduce sin dai primi successi in carriera, ma si è fatto più concreto prima della scorsa stagione. Alla conclusione del rapporto, danaroso ma deludente, con la BMC, Gilbert ha individuato in questo record il suo obiettivo. E ha chiamato la squadra ammazza-classiche per definizione, la Quick-Step, chiedendo un ingaggio a Patrick Lefevere. Il team manager belga racconta di essere stato sorpreso dall'ambizione di Gilbert, che gli ha chiesto uno stipendio minimo ma con grossi incentivi per le eventuali vittorie di Fiandre, Roubaix e Sanremo. Il contratto è stato chiuso in una notte: proposta inviata alle 11 di sera, controfirmata alle otto del mattino successivo. Coronata a Oudenaarde in una domenica di aprile, quando la lunga preparazione invernale di Gilbert e lo straordinario gioco di squadra dei Quick-Step hanno confezionato il Giro delle Fiandre più spettacolare dell'era moderna, e portato il tabellino di Gilbert a quota tre.

Durante l'inverno, Gilbert ha lanciato un doppio hashtag per accompagnare la sua sfida. Il primo è #StriveForFive, chiaro e diretto. Il secondo è #TheWolfpack, e si rivolge direttamente ai suoi compagni in maglia blu. E' un branco di lupi affamati la sua Quick-Step per questa primavera, pronti a sostenersi l'un l'altro ma anche a finalizzare ciascuno per se'. Nel branco però le gerarchie sono chiare, c'è un lupo dominante, il più forte ed esperto. Fino allo scorso anno quel lupo si chiamava Tom, ora sarà Philippe a guidare la caccia a quel "sogno che ci mantiene giovani", che comincia con una lunga avventura dalla pianura al mare.
 

La lotteria

C'è un pensiero comune nel ciclismo, che dice che la Milano-Sanremo non può essere una lotteria, altrimenti Eddy Merckx non l'avrebbe vinta sette volte. Anche Gilbert ha recitato questo detto riferendosi all'imminente Sanremo, per accumulare autostima verso la classica allo stesso tempo più aperta e prevedibile. Non che ne avesse così bisogno, a giudicare dalla mai coronata storia d'amore tra la Classicissima ligure e il suo principe vallone. Se bisognasse indicare tre corse che hanno saputo definire il talento di Gilbert nel grande ciclismo infatti bisognerebbe guardare meno a Nord di quanto ci abbia poi abituato la sua carriera, allontanarsi addirittura dalle côtes ardennesi. Se bisognasse sceglierne tre, sarebbero la Het Volk, sedotta e presto conquistata a soli 24 anni con la prima delle sue imprese memorabili, la Paris-Tours, la prima grande -benchè decaduta- vinta davanti ai migliori avversari, e proprio la Milano-Sanremo. Alla Classicissima Gilbert ha già dato sfoggio di protagonismo in più occasioni, guadagnandosi proprio su queste strade le prime schiere di tifosi su scala globale. E non certo per i due podi agguantati nel 2008 e nel 2011, o per le altrettante top ten, ma perchè è sui Capi che il vallone ha cominciato a scombinare il ciclismo dei piani pre-ordinati attaccando a più non posso. Rapportone e testa alta, senza timori reverenziali, spesso senza nemmeno troppe possibilità.

L'attacco è ancora l'unica opzione rimastagli per vincere la Sanremo, con uno spunto veloce attenuatosi negli anni e una concorrenza di sprinter troppo affollata, da Arnaud Démare a Peter Sagan, passando per il compagno di squadra Elia Viviani, ruota veloce di una Quick-Step che ha perso il leader Fernando Gaviria ma può contare su un'ulteriore jolly come Julian Alaphilippe. Dalla sua Gilbert ha però un'intelligenza tattica rarissima in gruppo, che in una corsa dove perdere l'attimo significa arrendersi può pesare parecchio. Conosce il tracciato a menadito, ha persino sostenuto sempre che il percorso classico, senza nemmeno la salita delle Mànie, è il suo preferito: "perchè è il più facile e il più veloce; con più salite sarebbe facile riprendere chi attacca, invece qui bisogna prendere grandi decisioni in gruppo". E aggiunge una chiosa finale al suo commento: "è difficile da capire se non sei in bici". Per Gilbert, a quasi 36 anni e alla sua quattordicesima campagna primaverile, le cose sono un po' più semplici da capire. Prima dell'Het Nieuwsblad di quest'anno aveva indicato in un passaggio quasi insignificante il punto più importante della corsa: "sul Molenberg la strada si restringe e si formano buchi di 10 metri. In TV non sembra, ma dieci metri sono un grande distacco perchè quando la strada si riapre diventano 100, poi 20 secondi, poi ciao, ci vediamo l'anno prossimo".

Quale possa essere il suo punto chiave della Sanremo non lo svela, che sia prima della Cipressa o a metà del Poggio, ma di certo lo ha già individuato, e ha già ragionato su come approfittare del singolo istante. Al Fiandre dello scorso anno vinse più di testa che di gambe: trovatosi davanti ingaggiò una battaglia mentale con gli inseguitori, preservando energie per accelerare quando gli avversari si aspettavano un suo calo. Alla Sanremo sarà molto più complicato, ma Gilbert ci arriva in maniera simile, dopo tante corse in cui ha fatto perlopiù il gregario, ma il gregario visibile. Tra Samyn e Tirreno Gilbert non si è limitato a fare il mulo in testa al gruppo, ma ha lavorato per fare la selezione per i compagni in grado di finalizzare. E' il suo allenamento: pochi ritiri e tante corse in testa, far casino e far fatica, portare via gruppetti dove non ci si può sottrarre dal vento in faccia, far felici i capitani e talvolta se stesso. E se la Sanremo si chiuderà con un piazzamento impercettibile, resteranno comunque quasi 300 chilometri in più in direzione Roubaix.

L'Inferno

Se la Sanremo viene spesso definita lotteria, la Roubaix lo è ancora più evidentemente. Tra le gare su strada (si fa per dire) è forse quella in cui il caso ha il ruolo più importante. Bastano una foratura, una caduta altrui, una sbandata in mezzo al gruppo, per l'ennesimo ciao, ci vediamo l'anno prossimo. E' forse questo il motivo per cui la Roubaix si finisce per vincerla da vecchi, perchè esige il suo tributo in sfiga e la sua dedizione in esperienza. Philippe Gilbert l'ha corsa una volta sola, era il 2007, e l'allora corridore della FdJ arrivò al velodromo André-Pétrieux oltre otto minuti dopo il vincitore Stuart O'Grady, in 52esima posizione. Un po' poco dal punto di vista dell'esperienza, difficile da controbilanciare con la passione. Eppure si torna sempre lì, "è un sogno folle, ma non è impossibile", e così Gilbert ha scombinato di nuovo la sua preparazione invernale, con allenamenti specifici per l'Inferno del nord.

Gilbert sa di non avere il fisico dei passistoni da Roubaix, e sa anche di non avere più il tempo per costruirselo, ma sa anche che verso Roubaix è impossibile nascondersi, bisogna solo stringere i denti e spingere: uno scenario ideale per un corridore d'attacco come lui. Così ha modificato il terreno dei suoi allenamenti, ma non la modalità, fatta di tanti chilometri e poche tabelle: "preferisco immaginare dove posso guadagnare sugli avversari piuttosto che studiare un grafico". E fatta della solita birra serale, che come i sogni lo aiuta a restare giovane. Gli mancherà di certo l'esperienza a Roubaix ma non quella sul pavè, già sufficiente per superare la paura; giunto quasi a 50 classiche monumento corse in carriera, ha imparato che tutte hanno un elemento in comune: "all'arrivo sei sempre vuoto".

L'ultimo vincitore della Liegi ad esultare nel velodromo di Roubaix è stato Sean Kelly: da allora sono trascorsi 22 anni, e la specializzazione crescente ha distanziato sempre di più le parabole tra corridori da pavè e da côtes. Il folle sogno di Gilbert si può spiegare anche così, un giro di ruota in direzione del ciclismo che ha sempre amato, e che continua a far innamorare. Il suo vantaggio, in quest'ultima ambiziosa caccia, è essere Philippe Gilbert: la sua carriera è già straordinaria, con pochi eguali tra i suoi contemporanei, e la sua stessa squadra lo sa. Oggi può permettersi di non inseguire più obiettivi ma soltanto sogni. La scorsa estate ha rinnovato il contratto per altre due stagioni, poi si vedrà: gli restano due caselline da riempire. Poi eventualmente ci sarà un'Olimpiade dietro l'angolo, nel caso restasse l'appetito, o la voglia di svegliarsi dopo un ultimo sogno.

 

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