Il giorno più bello dell'anno - intervista alla Beefeater Bend

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    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

Qualche giorno fa l'UCI ha diffuso un dettagliato protocollo sulla gestione dell'emergenza sanitaria nelle corse che ripartiranno tra poche settimane (qui ne trovate un veloce riassunto di Stefano Rizzato). Le misure riguardano perlopiù squadre e personale della corsa, ma non mancano i riferimenti a ciò che sta subito fuori di essa: al pubblico. Naturalmente non sta agli organizzatori la gestione sanitaria degli spettatori, che soprattutto in questi mesi tumultuosi è affare caldo nelle mani delle autorità locali, eppure una preoccupazione sussiste.

Risulta quasi impossibile immaginare lo sport senza pubblico, togliendo di fatto il senso stesso dello sport, ma ancora più assurdo è figurarsi il ciclismo senza la sua gente. Che ne sarebbe delle ascese montane se le strade fossero deserte? Come si potrebbe svolgere una grande classica senza che sia una festa popolare? L'ipotesi di un ciclismo a porte chiuse fortunatamente al momento appare molto improbabile, ma prima che la stagione riprenda davvero è inevitabile pensare a che ne sarà non soltanto dei corridori, ma anche di chi li attende, li accoglie, li sostiene, li colora.

Le grandi corse ciclistiche appaiono talvolta come una riserva naturale, un'area di libero sfogo per soggetti più o meno equilibrati che comunicano il proprio amore tramite uno sfacciato carnevale. Ci sono costumi e colori di ogni genere: che sia per egocentrismo televisivo o soltanto per calarsi nella parata, sulle strade c'è sempre spazio per la fantasia. E il risultato è uno spettacolo che abbraccia la corsa, in alcuni casi la sovrasta persino. Si tratta di travestimenti spontanei, gruppi di amici che nei giorni precedenti si lasciano andare all'immaginazione. Solo di rado qualcuno resta nel personaggio: come il Diablo, che da un quarto di secolo salta e brandisce il forcone sulle strade del ciclismo. Altri sono diventati un personaggio senza bisogno di costumi, come l'immancabile LUC o il compianto Nonno Bidon, ma nella maggior parte dei casi i travestimenti sono riposti al termine della festa/corsa, destinati alla memoria esclusiva di chi li ha indossati e di qualche incontro fugace. 

Negli ultimi anni, però, c'è un gruppo di ultras ciclistici le cui immagini hanno fatto il giro del mondo per il fragore delle loro feste. Partiti dalla Gran Bretagna e approdati al Tour de France, i sei uomini vestiti da guardiani della Torre di Londra sono diventati una figura riconosciuta a livello globale. Dove ci sono loro, si può star certi che la festa sarà smisurata. Oggi però la Beefeater Bend non sa nemmeno se sarà sulle strade del Tour de France: l'epidemia ha stravolto i programmi tanto dei dj dei club quanto di quelli delle strade di montagna.

In questo 2020 sarebbero stati per la prima volta al Fiandre, sarebbero passati dalle strade di casa con il Tour of Yorkshire («abbiamo un conto in sospeso perché ai mondiali la nostra curva prevista sulla salita di Grinton Moor fu cancellata il giorno stesso della corso per il diluvio») per poi concludere in grande stile alla Grande Boucle, il loro palcoscenico d'elezione, il più grande del ciclismo, atteso con un lungo countdown per tutto l'inverno, sino all'approdo sul del Col de la Loze, alla trasformazione di un normale tornante in una curva da stadio, la curva dei Beefeaters.

Nei giorni in cui il Tour de France sarebbe dovuto partire da Nizza, abbiamo chiesto alla Beefeater Bend di raccontarci la sua storia di strada. Una storia cominciata proprio con la Grande Boucle, ma nell'occasione in cui era la corsa ad essere in trasferta. «Tutto cominciò quando due di noi andarono in vacanza al Tour nel 2009 e videro una marea di persone travestite. Volendosi identificare come tifosi britannici scelsero i costumi da beefeater. Quando il Tour ha annunciato che nel 2014 sarebbe partito dalle nostre strade, a Leeds, ci siamo promessi con tutto il gruppo di amici di presentarci con gli stessi costumi».

Per Jay, Andy, Aron, Richard, Rob e Steve, sei amici e compagni di pedalate dell'Essex, doveva essere semplicemente il cazzeggio di un giorno, invece è diventato un progetto: «oggi abbiamo un nostro impianto audio e ogni anno portiamo il full party sulle montagne. Abbiamo persino una sarta che si occupa di riparare e migliorare i nostri costumi».

Il divertimento resta il punto di partenza, ma l'allestimento della Beefeater Bend per come è ormai nota in tutto il mondo ha alle spalle un gran lavoro. Uno o due giorni sotto il sole, spesso trasportando tutto a braccia perché il tornante scelto non è sempre raggiungibile con i mezzi. «A volte ci tocca portare a braccia l'impianto audio, le birre, gli allestimenti e tutto il resto, compresi gli scatoloni dei lightsticks che dall'Izoard 2017 distribuiamo per animare la notte precedente alla tappa. Il momento più massacrante è stato sull'Alpe d'Huez: abbiamo trasportato tutto sin dall'inizio della salita, e una volta arrivati in cima Jay si è reso conto di aver lasciato in campeggio il computer con la musica: lui l'Alpe d'Huez l'ha fatta una volta in più».

Come per i corridori e per ogni altro ciclista, le strade di montagna sono un terreno in cui l'imprevisto è sempre all'ordine del giorno e la pianificazione può svanire in un attimo anche dopo mesi di progettazione. I Beefeaters cominciano non appena viene annunciato il percorso del Tour: «ci troviamo per ripercorrere le tappe di montagna con Streetview finché non individuiamo la curva ideale. Ma le cose non vanno quasi mai liscie e capita di trovarsi in un posto completamente diverso».

Il contrattempo però si rivela spesso un'opportunità diversa per arricchire la festa o per far scaturire nuovi incontri. Perché chiunque abbia trascorso una giornata ad aspettare la corsa sulle montagne sa bene come ci voglia pochissimo per far scattare un senso di condivisione genuino che si propaga da un gazebo all'altro, da un camper all'altro.

Raccontano i Beefeaters di essere ancora in contatto con tifosi di ogni angolo del mondo incrociati sulle strade negli anni, persino con qualche agente della Gendarmerie presentatosi con fare minaccioso e ripartito come un amico. «Il ricordo più dolce risale al 2016, sulla Côte de Domancy: il luogo scelto per la festa era transennato, inutilizzabile, e sul resto della salita non c'era spazio libero. C'era però una casetta che aveva messo a disposizione il suo giardino come parcheggio e ci siamo fermati lì. La notte prima della tappa il nostro generatore si è rotto e il padrone di casa ha deciso di attaccare il sound system al suo impianto elettrico, così che la festa si è svolta letteralmente nel suo giardino. Per tutto il giorno gli abbiamo offerto da bere, e piano piano tutta la gente del posto ci ha raggiunto. È stato incredibile. Quando siamo ripartiti, il giorno successivo, la moglie ci ha salutati in lacrime».

La festa più celebre per la Beefeater Bend però risale a un anno fa. Era il pomeriggio del Galibier al Tour de France, e dalle casse stava uscendo a tutto volume "Links Rechts" degli Snollebollekes, un grande classico delle corse fiammighe proposto e selezionato dal dj Rob in occasione dell'abituale "Playlist Beers & Barbecue" che i sei svolgono ogni primavera per ascoltare, ballare e scegliere i pezzi migliori per la festa. In quel giorno di luglio tutto si è incastrato alla perfezione, andando a creare un'atmosfera che un noto sito di clubbing ha definito un "rave ad alta quota".

Una festa talmente coinvolgente che le immagini hanno invaso i social network, tanto che l'UCI ha deciso di conferirgli il "Fans' award" per la stagione 2019. E come spesso capita, tutto è avvenuto per caso: «Quel giorno siamo semplicemente stati fortunati. Stavamo facendo una festa come tutte le altre volte, e ci stavamo divertendo come matti. Ma un nostro amico che ci seguiva per la prima volta si è messo a filmare mentre mettevamo i nostri cappelli ai bambini e il tipo vestito da dinosauro passava ballando. Quel video è circolato ovunque, ma quando ci ha chiamato l'UCI è stata una sorpresa inattesa, il modo migliore per coronare una stagione fantastica».

C'è un elemento che manca in tutte le chiacchierate con i Beefeaters, così come in tutti i loro video: è la corsa. È come se andare sulle strade del Tour (o di qualsiasi altra gara) prescindesse dalla competizione stessa. Nei pomeriggi e nelle nottate di montagna che la Bend ha saputo allietare e stregare non c'è spazio per quella che dovrebbe essere la ragione che porta tutti gli appassionati sulle strade.

La festa infatti non sta nel veloce passaggio dei corridori, ma nell'attesa. «È molto strano, si passa un'intera giornata (se non di più) ad aspettare un passaggio che, se si è fortunati, dura una decina di minuti. Eppure tutta quella gente si sbatte per arrivare lì ad attendere: nessuno resta deluso, nonostante la prospettiva di una lunga e lenta giornata a bordo strada. Ma è una situazione ideale: ci vuole poco perché la festa si allarghi, e in un attimo sono tutti coinvolti».

Il ciclismo del 2020 rischia di restare un po' a secco di feste. Con il calendario pronto a ripartire c'è ancora incertezza sulle modalità di accesso del pubblico, già complicate dalle ovvie difficoltà logistiche ed economiche dopo il lungo stop. «Non vorremmo certo vedere una corsa senza pubblico, perché è una componente fondamentale dell'esperienza, ma tutti comprendiamo che corridori, squadre e sponsor abbiano bisogno comunque di tornare a gareggiare».

Nemmeno la Beefeater Bend sa se riuscirà ad allestire la sua festa al Tour, ma l'impressione è che anche la curva più calda del ciclismo odierno sia pronta ad una rinuncia, se dovesse essere necessario. Purché resti isolata, perché l'obiettivo è già il ritorno sulle montagne della Grande Boucle, e la motivazione è semplice: «per noi è il giorno più bello dell'anno».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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