Superare i bordi - un incontro con Graeme Obree

  • Di:
      >>  
     

    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

Negli ultimi giorni si è fatto un gran parlare di posizioni aerodinamiche, dopo l'ultimo aggiornamento al regolamento dell'UCI che prevede il divieto degli stili di pedalata più pericolosi in corsa. Si tratta di un fatto tutt'altro che nuovo, le discussioni tra istituzioni e ciclisti riguardo a quali siano le posizioni consentite in sella proseguono da decenni, e raggiunsero il loro apice grazie alle trovate avanguardiste di Graeme Obree nella sfida al Record dell'Ora.

Un paio di anni fa abbiamo incontrato Obree e gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua storia. Questo racconto è un estratto da "Chissà che l'utopia non vinca - storie e visioni della stagione ciclistica 2018 (e non solo)". 

*

Graeme Obree sembra altissimo. Non che sia piccolo – siamo sul metro e ottanta – ma lo spazio che occupa quando ti parla sembra molto più grande di quanto non direbbe la geometria. Più grande, anche per lui. Più ingombrante di quanto le sue spalle possano reggere, tanto che queste si inarcano costantemente seguendo un flusso di scariche elettriche. Più ampio dello spazio che le sue mani possano raggiungere, ritrovandosi obbligate a roteare nell'aria come per accompagnare i concetti e spingerli verso l'esterno. Verso i bordi.
Non so se Graeme Obree sia sempre stato così o se è stata la vita, con i suoi alti luminosi e i suoi bassi profondissimi, ad averne esteso la presenza nello spazio. Di certo la storia personale e ciclistica di Obree racconta esattamente questo: un incessante tentativo di superare i bordi.

Ricordo ancora il giorno in cui comprai la Gazzetta dello Sport e in prima pagina spiccava la notizia di uno sconosciuto scozzese che aveva appena stabilito il nuovo record dell'ora. 
Non si trattava di un record qualsiasi, ma di quello di Francesco Moser, il Record con la R maiuscola, l'evento che più di ogni altro ha segnato l'inizio dell'era scientifica del ciclismo. La mia reazione fu quella di chi si rende conto di stare assistendo all'evoluzione nel momento in cui avviene.

Quello sconosciuto scozzese era Graeme Obree, e il suo exploit del luglio 1993 rimane ancora uno dei più sorprendenti della storia del ciclismo, soprattutto per come è maturato. Obree realizzò il record grazie a una sua invenzione: una bici dall'aerodinamica rivoluzionaria, costruita in casa utilizzando i cuscinetti della centrifuga della vecchia lavatrice della moglie.

Nonostante questa unicità, la figura di Obree è sempre rimasta ai margini del ciclismo che conta. Benché sia stato per due volte recordman dell'ora e in altrettante occasioni campione del mondo dell'inseguimento (in un'epoca in cui la Gran Bretagna quasi non aveva posto nelle mappe del ciclismo globale), in nessuno dei grandi velodromi del Regno Unito c'è una foto di Obree. Nemmeno a Glasgow.

L'unica eccezione è un'immagine dello scozzese in maglia iridata sulla "parete degli eroi" nel nuovo padiglione di Herne Hill, il velodromo delle Olimpiadi del 1948 a Londra. Ed è proprio a Herne Hill che ho incontrato Graeme Obree, ospite del Cycling Revival Festival, la rassegna che gli ha dato l'occasione di tornare in pista in sella a una replica esatta della sua mitica bici: la Old Faithful, rinata, nello stesso bianco grezzo di allora, come Bold Faithful.

A un certo punto Obree era conosciuto essenzialmente come "the washing machine guy". Una fama che era arrivata a nausearlo.
Da allora è cambiato molto, ha imparato a fare i conti con i propri successi e soprattutto con i propri lati oscuri. Oggi è un uomo che sorride sempre – e che sembra altissimo. A 53 anni, poco dopo aver tentato di stabilire il record di velocità per veicoli a propulsione umana nel deserto del Nevada (*), ha finalmente dichiarato conclusa la sua carriera in sella, e ha trovato la pace con se stesso.

«Oggi faccio un sacco di cose, soprattutto formazione aziendale. Sai, quegli incontri in stile ‘ladies and gentlemen...'. Parlo di resilienza, di come non arrendersi. Analizzo le decisioni, ma soprattutto le reazioni. Perché tutti nella vita ci troviamo nel momento in cui dobbiamo prendere delle decisioni e capire come reagire. Chiunque. Io cerco di aiutare a vivere quell'istante, a capire cosa decidere. Questa è la cosa principale che faccio. E poi lavoro a un altro libro. E pedalo, perché amo andare in bici. Mi rende felice. Ho persino venduto l'auto: ora mi muovo solo in bicicletta».

Graeme Obree ti parla da vicino, come se ci tenesse a farti arrivare le parole più in profondità possibile. Insiste molto su alcuni concetti. Quello di vivere coscientemente ogni momento, ad esempio, gli sta molto a cuore. Per questo motivo ha sempre amato andare in bici in solitaria, «per respirare il momento, viverlo con corpo e muscoli».

Come quella mattina di parecchi anni fa, sulla costa scozzese, quando, mentre malediceva le sue gambe affaticate, un albatros si levò in volo davanti ai suoi occhi. «Andare in bici è questo: di colpo senti di poter diventare come quell'albatros. È solo un istante, ma è magnifico. Io ho sempre visto le corse contro il tempo come un modo di ricreare l'unicità di quel momento. In più, ti evitano di batterti contro gli altri».

Perché gli albatros volano a prescindere dalla presenza di qualcuno che li guardi, o che pedali con loro. Questo è l'aspetto che più di tutti ha sempre spinto Obree a preferire gli sforzi solitari: il non essere obbligato alla sfida diretta con gli avversari.

«Non mi è mai piaciuto sconfiggere altre persone. Provavo grande empatia per gli avversari sconfitti, che spesso meritavano la vittoria. Stabilire un record significa superare un atleta di enorme talento, e dargli un dispiacere. Ma sono un fan del ciclismo anche per questo: è uno sport allo stesso tempo magnifico e crudele. Quando le gambe non rispondono sei fregato. Ecco, il record dell'ora è il punto massimo di questa crudeltà. È come provare a saltare il Grand Canyon: ogni metro è dannatamente importante, perché ti separa dal fallimento. Tutto o niente, non ci si può nascondere».

La mattina di capodanno del 1993 il ventisettenne Graeme Obree stava passeggiando sulla spiaggia vicino casa con sua moglie Anne quando le confessò che avrebbe stabilito il nuovo primato dell'ora. Non le disse che avrebbe tentato di fare il record, ma proprio che lo avrebbe battuto: «Il record non è una cosa che puoi provare», sentenziò. «Devi farla e basta».

Le sue certezze derivavano da un'idea nuova: una bici radicalmente diversa da quelle viste fin lì, una posizione accucciata, a uovo, più simile a quella di uno sciatore che a quella di un ciclista. Nei primi tentativi in prove a cronometro amatoriali c'era chi si chiedeva se Obree avesse dei problemi fisici, per pedalare a quel modo.

Non era altro che uno sconosciuto dilettante specializzato nelle prove contro il tempo. Pistard sporadico, ex-aspirante suicida da adolescente (ci avrebbe riprovato altre due volte in seguito), ex-negoziante di bici fallito, un solitario freak del mondo amatoriale scozzese. Ma aveva un'idea, forse un'utopia. Ed era sicuro potesse funzionare.
Inoltre, aveva un eroe da superare: Francesco Moser.

Come è andata col record, è storia. Dieci anni fa gli dedicarono pure un film, "The Flying Scotsman", regia di Douglas Mackinnon.

Obree affittò il velodromo più a buon mercato possibile, quello di Hamar, in Norvegia, dove il primo tentativo si rivelò un fallimento. Siccome il noleggio era di 24 ore, Graeme pensò però di mantenere i muscoli svegli: passò la notte insonne (grazie alla costante assunzione di bicchieroni d'acqua), poi il mattino successivo si presentò in un velodromo deserto a stampare lo storico 51,596.

445 metri meglio di Moser.

Fa un certo effetto ascoltare quanto il momento più alto della carriera di Obree sia stato intimamente legato al tormento.

«La paura, soprattutto quella del fallimento, alla fine fu l'elemento preponderante. Fu il sapore della paura a farmi tornare al velodromo il giorno dopo, conscio che piuttosto che fallire di nuovo sarei morto in pista».

Paura domata e rimessa nell'angolo, dunque. Ma per poco. Il record durò una settimana appena, migliorato da Chris Boardman nel primo atto di una rivalità che avrebbe diviso il ciclismo britannico. Un duello durato tre stagioni, tra primati dell'ora e titoli mondiali nell'inseguimento individuale: lo scozzese solitario, bizzarro e sconosciuto, contro il campione di Stato, sospinto da ricchi sponsor e team di ricerca.

Una sfida allargatasi presto ad un terzo attore, non certo secondario: l'Unione Ciclistica Internazionale.

Nel 1994 i mondiali di ciclismo si disputano in Italia: il velodromo "Paolo Borsellino" di Palermo è stato costruito quasi solo per questa rassegna (tant'è che cadrà in disuso nel giro di pochi mesi dopo il mondiale). Obree, due mesi dopo essersi ripreso il record dell'ora, si presenta in Sicilia per difendere il titolo nell'inseguimento conquistato l'anno precedente sulla pista di Hamar.

Il suo mondiale, però, dura poche pedalate. L'UCI ha dichiarato guerra alla sua posizione a uovo, e gli intima di non adottarla in corsa. Obree naturalmente fa di testa sua e viene squalificato. Il titolo va a Boardman.

Per Graeme potrebbe essere la fine di una carriera breve ma gloriosa, invece è l'occasione per un nuovo inizio.

«L'UCI mi fece del male, quella volta. Ma le avversità spesso diventano un regalo, anche se sul momento non ce ne rendiamo conto. Quella squalifica mi ha obbligato ad uscire dalla comfort-zone in cui sarei rimasto senza evolvermi oltre la posizione originaria. La mazzata mi ha spinto a trovare nuove idee. È grazie a quella che ho ideato la nuova posizione».

L'anno successivo, sulla pista di Bogotá, Obree torna a vestire la maglia iridata vincendo la prova di inseguimento individuale adottando uno stile completamente diverso: le braccia allungate in avanti in una posizione presto imitata da tutti i suoi rivali. Fu denominata "Superman".

Il secondo titolo mondiale è anche l'ultima grande vittoria di Obree. Il tentativo di passare al ciclismo su strada è vano. La sua carriera finisce com'era cominciata: velocissima.

Per le anime inquiete come quella di Obree, la fine della carriera non è mai un sollievo. Scendere di sella significa tornare ad affrontare i demoni che ti si agitano dentro. Un lungo viaggio nell'oscurità, quello dello scozzese, culminato nel 2001 in un secondo tentativo di suicidio.
«La realtà è che per anni ho sfruttato il ciclismo come forma di benessere transitoria. Mi andava bene perché mi forniva degli obiettivi parziali su cui lavorare. Quando ho smesso di correre sono passato all'alcool, e quando ho smesso di bere sono passato all'ossessione di compiacere gli altri, anziché concentrarmi sul liberare me stesso».

Un processo cominciato affrontando gli aspetti più profondi della sua sfera emozionale, «la rabbia, la paura e il rancore», e proseguito liberandosi dei condizionamenti esterni che l'hanno bloccato per una vita. Quelle che Obree chiama «follie ideologiche, sovrastrutture utili per produrre e consumare di più, ma non per stare bene con se stessi».

L'ultima zavorra di cui si è liberato è stato il venire a patti con la propria identità sessuale. Nel 2011 Obree ha fatto coming out, liberandosi definitivamente dal senso di colpa inculcatogli sin dall'infanzia per la propria omosessualità.

La progressiva presa di coscienza ha permesso a Graeme Obree di uscire dall'oscurità. Forse è per via di questa crescita che oggi sembra così imponente, e che non smette di sorridere, seppure a modo suo, in maniera un po' sghemba. Verrebbe da dire che è finalmente un uomo felice, anche se lui stesso ci tiene a precisare che «la felicità va e viene come il tempo atmosferico».

Qualcosa però rimane: «La contentezza, l'appagamento, quelli sono più costanti, non cambiano. Si può essere tristi e appagati, arrabbiati ma appagati. Quando si capisce questo, si diventa liberi».

Nel raccontarsi, Obree continua a tornare su questo termine, content: è ciò che indica il traguardo che ha finalmente raggiunto.

«Io ho semplicemente avuto la fortuna di sopravvivere. Sono stato ricoverato in centri di salute mentale per sette volte: è come se per sette volte fossi morto e sopravvissuto allo stesso tempo. Poi ho cominciato a vedere le risposte. A capire che la mia realizzazione non dipendeva in alcun modo da qualcosa che stava fuori da me. Non mi piace quello che vedo? Vado avanti. Non ottengo un risultato? Vado oltre, non mi importa. L'appagamento non può dipendere dalle condizioni esterne. La misura della propria contentezza sta nell'essere coscienti di cosa si fa, sentirsi di compiere la cosa giusta, anche e soprattutto quando si dice di no. Oggi seguo ciò che mi dice la mia coscienza. Ascoltandomi, non provoco più dolore a nessuno: le mie scelte dipendono solo da me. È per questo che non sono più depresso. Sono uscito dalle tenebre».

Venticinque anni dopo il suo leggendario record, il "washing machine guy" è diventato un uomo più grande e più sereno. Si è persino rappacificato con l'idea di essere ricordato soltanto per quel pezzo di lavatrice. La cosa adesso gli provoca una risata.

«In realtà non mi importa molto di come sarò ricordato. Se sarò ricordato o meno non è una cosa che dipende da me. Potrei essere presto dimenticato, non fa nulla. Oppure ricordato come quello della lavatrice, ok. O quello che aveva dei problemi, ok. O quello che ha trovato una soluzione nuova, una soluzione migliore, ok. Per decenni ho vissuto terrorizzato dalla prospettiva di dovermi giustificare dopo un fallimento, concentrandomi sempre su qualcosa di transitorio per sottrarmi a questa routine. Ora non più».

A testimoniare la nuova vita di Graeme Obree basta la spensieratezza della pedalata-revival sulla pista di Herne Hill. Un appuntamento a cui l'ex scozzese volante ha voluto presenziare come un omaggio al ciclismo e ai suoi appassionati, presentandosi senza chiedere nulla se non qualche minuto di pista a disposizione.

«Oggi la mia soddisfazione è slegata da ciò che faccio, ha a che fare solo con ciò che sono. Con il mio ruolo di uomo, il mio luogo nell'universo, qui e ora. Senza obiettivi da raggiungere. Se a qualcuno non piace l'uomo che sono diventato, a me non cambia nulla. Ci sono sempre altri 7,5 miliardi di persone sulla Terra!».

Graeme Obree accompagna quest'ultima considerazione tracciando un semicerchio nell'aria, come se volesse indicare, una per una, le altre persone sulla Terra. La sua mano destra è enorme, è quella di un inventore abituato a martellare e saldare in laboratorio. Si avverte leggermente lo spostamento d'aria, in senso inverso rispetto al vento che ha cominciato a soffiare su Herne Hill proprio quando Graeme ha smesso di pedalare sulla sua Bold Faithful.

L'ex moglie Anne, rimasta sua prima confidente e migliore amica, lo chiama con insistenza: ha freddo e ci sono dei conoscenti di vecchia data che li aspettano al ristorante. Graeme Obree riprende in mano la bici del record e si incammina nel vento, come un gregario di cui sfruttare la scia.

Prima di imboccare il vialetto d'uscita, si gira ancora una volta a guardare la pista dove un quarto di secolo fa aveva cominciato a studiare le soluzioni aerodinamiche più bizzarre ed efficaci della storia del ciclismo.

È contento.

 

 

(*) Disteso dentro un nuovo mezzo di sua creazione, un'aerodinamica cassa a due ruote denominata Beastie, nel 2013 Obree ha toccato la velocità di 91.1 km/h. Non un record assoluto, ma comunque un primato per un ciclista in posizione prona. A riguardo, il giornalista dello Scottish Daily Record Gary Ralston ha dichiarato: «Graeme è un genio anticonformista. Un ultraquarantenne che si è strizzato in una bara a due ruote e si è lanciato in un'autostrada del Nevada in un veicolo fatto con pentolini e altri oggetti da pochi soldi presi in un negozio di seconda mano di Saltcoats. È pazzo, assolutamente pazzo. Ed è per questo che lo amiamo».

 

 

 

 

 

 

Categoria: