Una questione di umanità - Intervista ad Alessandro De Marchi

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Buja è dappertutto, e in nessun luogo. I circa seimila abitanti del comune friulano rispondono così a chi, incuriosito dal fatto che nessuna delle 49 frazioni che lo compongono porti il nome ufficiale del paese, si chieda dove si trovi di preciso. Dov’è Buja, quindi?


Di sicuro è nella testa e nelle gambe di Alessandro De Marchi, il Rosso di Buja.

Capelli: rossi. Barba: rossa. Vino preferito: rosso. Numero: rosso (al Tour de France 2014, miglior combattivo). Maglia: rossa (e nera) fino al 2018, da due anni arancione più che rossa, ma vabbè. Conto dei chilometri passati in fuga: rosso, nel senso che la soglia minima, oltre la quale la ragione suggerirebbe di riconsiderare certe scelte azzardate in fatto di gestione delle risorse, è stata superata da tempo. 

De Marchi è in fuga da sempre, o per lo meno dalla sua prima corsa in bici: ripreso a venti chilometri dall’arrivo. Fugge ed è sfuggente; si ferma di rado, e quasi mai per scelta. In questo tempo strano, il più lungo della sua carriera senza competizioni, a trattenerlo sono le circostanze. E anche, per quasi un'ora, il sottoscritto: gli ho telefonato nell'uggioso pomeriggio di ieri, 29 aprile, dopo che aveva finito con palestra e stretching e prima che facesse una passeggiata in giardino con sua moglie e suo figlio, poco più di un anno.

 

*

 

LP: Ciao Alessandro, e grazie per aver accettato l'invito. Noi di Bidon ti inseguivamo da tempo...

ADM: Grazie a voi, davvero.

Pensavo, ragionando sul fatto di chiacchierare con te in un momento così particolare, che la tua situazione è per certi versi ancora più particolare. Lo scorso luglio, al Tour, sei finito in ospedale dopo un'orrenda caduta, che ti ha costretto a un recupero lungo e faticoso. A febbraio sei tornato alle competizioni, per poi fermarti di nuovo poco dopo a causa della pandemia. Tra due mesi, in pratica, sarà un anno senza corse o quasi.

Sì, le cose purtroppo si sono sommate. Avevo iniziato la stagione con la voglia di spaccare tutto, di dimostrare di essere tornato quello del Tour 2019, invece è come se l'infortunio stesse continuando. Senza ovviamente mancare di rispetto a chi ha dei problemi veri e propri in questo momento, in quello che sto vivendo c'è qualcosa di peggiore rispetto alla maggioranza degli altri ciclisti. Fisicamente posso considerarmi recuperato al 100%, e ho ripreso ad allenarmi, però quello che fa un corridore sono le gare. Gestire il tempo senza non è facile.

In più la situazione della tua squadra, che ha sospeso i contratti di gran parte dello staff e sta valutando il ritiro della sposorizzazione con un anno di anticipo, non sembra delle più rosee...

Su questo ci sono molte speculazioni, tocca prendere tutto con le pinze. È innegabile che la situazione sia difficile. Per me la preoccupazione, oltre che alle sorti della CCC, è legata al contratto in scadenza. Come molti, al momento non so nulla di quello che sarà del mio 2021.

Il paradosso è che da un momento tanto critico per il ciclismo professionistico la bicicletta come mezzo di trasporto sembra poter uscire potenziata. 

Vero. Sulla carta la bicicletta potrebbe trarre dei vantaggi da tutto questo. Il problema è che alle proposte poi devono seguire dei fatti concreti...

Se tu avessi un ruolo decisionale in tutto ciò, quale sarebbe la prima misura che adotteresti per favorire veramente l'uso della bici?

Sarebbe bello venire incontro a coloro che si spostano per lavoro con chilometraggi ridotti, per esempio, diciamo in un raggio di 5-10 chilometri, semplificando il loro spostamento in bicicletta. Fare cioè in modo che i datori di lavoro mettano a disposizione spazi per le bici, docce, agevolazioni a livello di orario. Tanti usciranno da questa crisi con l’idea che stare all’aria aperta è una grande cosa, e bisognerebbe fare di tutto per sfruttarla. 

Un altro risvolto positivo di queste settimane, se vogliamo, è l'aver scoperto il De Marchi paroliere. A fine marzo hai scritto un gran bell'articolo per il Messaggero Veneto, affermando in un passaggio che il De Marchi papà sta godendo di questo momento, perché gli ha regalato la cosa più importante: il tempo.

Nei primissimi giorni dopo la chiusura totale, mia moglie Anna aveva ancora molto da fare con la scuola, così io, che avevo già mollato la bici, ho potuto passare un sacco di tempo con Andrea, nostro figlio. Insomma ero a casa quando lui per qualche motivo ha cominciato a pronunciare un suono che, dopo un processo durato qualche giorno, è diventato la parola "papà". Il bello è che io non sono stato lì a punzecchiarlo affinché lo dicesse. Lui ha iniziato a dire qualcosa di simile, e io ho avuto la fortuna di approfittarne. Pensavo che il mio mestiere mi avrebbe costretto a perdere momenti del genere, e invece...

Attraverso alcuni post sul tuo Instagram in cui Andrea è protagonista, si possono scoprire cose significative su di te. Per esempio, c'è una foto con lui che maneggia un libricino per bambini, e come didascalia si legge una citazione del premio Nobel Wisława Szymborska: "Leggere libri è il gioco più bello che l’umanità abbia inventato." 

Trovo che leggere sia insieme una forma di svago e di riflessione. Per uno che sta così tanto in giro, è un espediente ideale per avere del tempo per sé. Leggo una buona quantità di libri, ma ho un grosso problema: dimentico tutti i titoli. Diciamo che vado più per autori. Su tutti, quello che mi è rimasto di più, e che spesso riprendo in mano, è Tiziano Terzani. Il suo migliore penso sia Un indovino mi disse. Negli ultimissimi giorni invece ho letto Niccolò Campriani, campione olimpico di tiro a segno: Ricordati di dimenticare la paura.

Al termine della chiacchierata provvederò a rifornirti con il nostro Acqua passata, ma intanto parliamo un po' anche di musica.

Con la musica vado a momenti ed emozioni, spaziando tranquillamente da Bob Marley a Ludovico Einaudi. In questi giorni sto ascoltando molto Western Stars, di Bruce Springsteen, l'album legato al documentario omonimo. La passione per il Boss me l'ha instillata mia moglie, insieme a lei sono andato al cinema l'anno scorso. Devo dire che mi piace parecchio. 

Sei mai stato a un suo concerto?

No, infatti lei ce l’ha a morte con me per questo. Però col cavolo di lavoro che faccio è difficile…

Tornando ad Andrea, in un'altra foto lo si vede con un passaporto, che dici essere il primo regalo tuo e di Anna per lui: "Perché avere la fortuna di essere nati dalla parte giusta del mondo non può e non deve diventare un privilegio da proteggere a tutti i costi da chi questa fortuna non l'ha avuta, ma deve essere occasione e opportunità per costruire ponti e creare legami." Nei commenti qualcuno ha scritto che i tuoi post stanno diventando troppo politici...

Sì, quella volta mi hanno definito "un comunista radical chic". Ma io non mi identifico in nessuno schieramento, onestamente direi che in generale non siamo messi bene a livello di classe politica… Chi mi incasella non capisce il senso dei miei post. A me piacerebbe tornare alla base di tutto: idee come uguaglianza e giustizia, non legate necessariamente a un colore. È una questione di umanità, ecco. L’umanità dovrebbe essere al centro di tutto. E un passaporto è un simbolo di apertura mentale, perché il mondo non è Buja, non è il Friuli, non è l'Italia. È tutto. 

Il punto è che i significati di partitico e politico vengono sovrapposti. Uno può dichiarare di non avere un'appartenza partitica, ma essere apolitici è inverosimile: anche andare in bici è un gesto politico, a suo modo. Oppure sostenere, come te, che serve maggiore "senso civico" in tutto quel che si fa.

Sì, occorre un maggiore senso di comunità, dove la comunità non è il singolo paese. I confini non esistono, siamo tutti connessi. Questa situazione che stiamo vivendo ci dovrebbe far riflettere proprio su questo: che alla base di ogni scelta della vita dovrebbe esserci la prospettiva dell'insieme, della squadra. Abbiamo una grande opportunità, da questo punto di vista, per ripartire in un certo modo. Però...

Non sei ottimista?

Cerco di non farlo venir fuori, ma se me lo chiedi ti dico di no. Io tendo ad essere pessimista, con dei lampi di ottimismo. 

È una delle caratteristiche che hai ereditato dal Friuli?

Il cliché più che altro vuole che i friulani siano chiusi, e che rimangano sulle loro. Credo che sia legato all'essere da sempre ai margini, lontani, quasi distaccati dal resto. E anch'io sono così. A prima vista non sembro apertissimo, ma se mi conosci è un’altra storia. Al Friuli, e ai friulani, devi entrarci dentro, conoscerli bene. Una volta che sei dentro, hai una visione completamente diversa.

Buja ci permette di passare dall'universale al particolare. La tua bio su Twitter recita "Un uomo senza la sua terra è un uomo senza cuore". La tua terra sa essere violenta, penso al terremoto del 1976, ma anche incredibilmente affascinante, fonte di ispirazione per poeti come Pierluigi Cappello, nato a Gemona. In che modo la vive Alessandro De Marchi, questa sua terra?

Sai, è un legame si è rafforzato negli anni, come conseguenza di quello che faccio: andare molto lontano mi ha portato ad apprezzare ancora di più quello che ho a portata di mano, quello che ho conosciuto fin da bambino. Nel mio tirare dentro il Friuli ogni volta che posso c’è la voglia non di dire "Sono friulano" e basta, il che può essere frainteso, ma semplicemente che ho le radici ben salde qui. Posso fare tante cose, andare lontano, ma il mio cuore è qui.

Presto potrai tornare a pedalare sulle tue strade...

Non vedo l'ora. Dal 4 maggio sarò autorizzato ad andare in ogni angolo della mia regione, viverla in un modo che raramente mi è capitato prima. Poca gente, posti isolati che saranno ancora più isolati. E usando lo strumento che più di tutti ti dà l’opportunità di entrare in contatto profondo con la terra, con la natura: la bicicletta.

A questo punto ti faccio la domanda con cui ho iniziato il pezzo: dov'è Buja?

Ah, boh! Pensa che in passato era anche considerata "il paese dei falsari", perché una volta coniavano una moneta che valeva solo qui...

Il vino invece, quello vale dappertutto. Come va il cabernet che hai chiamato "Rosso di Buja"?

Siamo in pausa. Insieme alla famiglia di viticoltori con cui qualche anno fa abbiamo creato l’etichetta, stiamo pensando a come procedere. Perché quest’idea è legata un po’ anche al mio futuro, a quello che vorrei fare dopo. Vorrei far diventare il marchio "Rosso di Buja" un’entità, non so come definirla... qualcosa legata al turismo e alla bicicletta qui sul territorio.

Quasi una forma di ricompensa per averti iniziato alla bicicletta, si potrebbe dire.

Ho iniziato per caso, in realtà. Nessuno in famiglia andava in bici, né era appassionato. Poi, quando avevo sette anni, in una delle tante frazioni di Buja organizzarono una gimkana. Ogni frazione aveva una piccola sagra, e ciascuna faceva qualcosa di diverso. Questa qui aveva organizzato una gara di slalom a pedali, e io la feci. Da lì pian piano mi sono avvicinato, ho cominciato a correre, poi si è unito alla società anche mio padre, che ha fatto il direttore sportivo. E da cosa nasce cosa, Pantani scatta e mi ispira, e sono arrivato dove sono arrivato.

E sei arrivato ad essere uno dei preferiti di Gianni Mura, lo sapevi?

Caspita, questa è bella… Mura era un idolo.

Una volta gli chiedemmo se l'assenza di grandi fuggitivi nel ciclismo contemporaneo rispetto al passato fosse legata a percorsi disegnati diversamente. Lui rispose che erano gli uomini a essere disegnati diversamente.

Aveva ragione.

Tra quelli che ancora riuscivano a emozionarlo c'era Alessandro De Marchi. Perché, secondo te?

Provo a buttarlà lì… Probabilmente piacevo a uno come lui perché non sono, come dire, un killer seriale delle fughe. Faccio mille tentativi e me ne va bene probabilmente uno. A volte calcolo poco e mi butto col cuore, e nel ciclismo quando fai così non è semplice portare a casa il risultato. Questa cosa di Mura mi fa essere ancora più orgoglioso di come intendo le corse, perché se Gianni la pensava così vuol dire che sotto sotto qualcosa di buono l'ho fatta.

Io ho l'impressione che qualche volta si attribuiscano alle azioni di voi corridori intenzioni che originariamente non c'erano. Che quello che idealizziamo in realtà è solo lavoro, e nemmeno troppo romantico. A te capita di andare in fuga senza che te l'abbiano chiesto, per lanciare un messaggio e basta?

Non si va mai in fuga solo perché te lo dicono. O meglio, quando lo fai per quel motivo il risultato finisce per essere asettico, non lascia niente. Se invece ci metti qualcosa di tuo, la gente si emoziona. È questo che dà senso al mio lavoro: le persone che hanno provato gioia, o rabbia, che si sono prese dentro per qualcosa che ho fatto. Non sarò in cima alle classifiche delle vittorie, ma in molti si ricordano di me, e forse questo vale più di un contratto milionario.

Non avresti voluto vincere un po' di più, in fondo?

Questo sistema ti porta a valutare tutto in termini di risultato, e non nego che è una cosa a cui penso e miro. E poi a me piace l’agonismo, e mi batto sempre per raggiungere il massimo. Quindi la vittoria conta, assolutamente. Qualche fuga mi sarebbe piaciuto concluderla con un altro risultato. Però tutto questo dura poco. Quando scendi dalla bici sei incazzato nero perché ti hanno ripreso, ma poi parli con le persone e ti rendi conto che, nonostante sia il tuo millesimo tentativo andato male, ti fanno i complimenti, ti dicono che si sono emozionate. Potrei andare avanti a fare questo lavoro senza altre vittorie fino alla fine della carriera, ma continuando comunque a entrare in tutte le fughe che posso. In qualche momento sarebbe difficile da accettare, ma in fondo in fondo so che sarei contento lo stesso.

Dato che percepisco in sottofondo Andrea che ti reclama, queste ultime domande prevederanno risposte secche.

Vai.

Pensiero ricorrente quando sei in fuga?

Il solito: la paura di farsi riprendere.

Giorno più brutto in sella?

Una trafila di giorni, al Giro d’Italia 2016. Mentre il Giro passava per il Friuli io ero ammalato, avevo un sacco di pensieri, e non riuscii a fare quello che sognavo da mesi.

Il più bello?

L'ultima vittoria, il Giro dell’Emilia 2018. Una combo perfetta di tante cose.

A cosa pensi se ti dico "libertà"?

Ovviamente alla bicicletta.

Cosa fai se nomino Dio?

Guardo il cielo.

Il primo viaggio che farai con tuo figlio, quando sarà più grande?

Potremmo andare in Nuova Zelanda. Mio fratello vive là, e in più è un posto molto lontano. Mi piacerebbe fargli vedere subito quanto è grande il mondo.

Ecco, il mondo. Tu sei nato nell'86, io nell'87. Siamo sulla faccia della terra più o meno dallo stesso tempo. Mi dici, a 34 anni, una cosa che tu hai compreso dello stare al mondo? Perché io, a conti fatti, non è che ci abbia capito granché...

Io per prima cosa ho capito che è complicato (ride). Poi, grazie al ciclismo, ho capito anche che devi crederci. Metterti lì a testa bassa, fare il tuo, crescere. E pensare che le cose in qualche modo si sistemeranno.

 

 

...
e anche se le voci del mondo si appuntiscono
e qualcosa divide l’ombra dall’ombra
meno solo mi pare di andare, premendo un piede
dopo l’altro, secondo la formula del luogo,
dal basso all’alto, seguendo una salita.

da "Ombre", di Pierluigi Cappello

 

 

 

 

 

 

 

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