Nessuno vince da solo

  • Di:
      >>  
     

    Fondatore di Inkorsivo.com, scrittore, discesista mancato

All’inizio degli anni ’90 l’antropologo francese Marc Augé ha cercato di analizzare i luoghi che nella società contemporanea si sottraggono al “gioco dell’identità”. Quei luoghi, cioè, che come i centri commerciali, gli hotel di catena o gli autogrill, nel loro anonimato neutrale non esprimono caratteristiche storiche, estetiche o culturali specifiche; non forniscono appigli alle persone che li occupano o li attraversano per definire, di riflesso, la propria identità.

Augé ha raggruppato questi spazi sotto la definizione di “non luoghi”, di cui gli aeroporti sono tra le manifestazioni più emblematiche. In effetti gli aeroporti sono luoghi franchi, delle camere di decompressione che separano il Paese o la città che lasciamo da quelli che scopriremo arrivando da un’altra parte.

Proprio mentre aspettavo seduto a un tavolino di plastica dura di uno dei tanti bar dell’aeroporto di Linate, uguale a quelli che si trovano nell’aeroporto di San Francisco oppure in quello di Hong Kong, ho pensato che fosse strano, quasi una contraddizione, incontrare in un non luogo del genere uno dei ciclisti contemporanei più riconoscibili del gruppo. Un corridore a cui capita di consigliare i libri del Subcomandante Marcos e gli album degli Hüsker Dü; che non ha problemi a dare del cretino a un avversario troppo spericolato in volata né a schierarsi apertamente a favore dell’accoglienza dei migranti.

In realtà quando ho riconosciuto tra i trolley la sagoma allungata di Jacopo Guarnieri, il suo sorriso largo e la voce profonda, ho capito che aveva ragione Augé quando puntualizzava che di per sé nessuno spazio è un non luogo in senso assoluto. Tutto dipende dalle persone che lo occupano.

Nello sport contemporaneo i profili social vengono spesso utilizzati dagli atleti come canali istituzionali in cui veicolare i propri risultati sportivi o i propri sponsor tramite una piattezza nei toni e nei contenuti ereditata dai vecchi comunicati stampa. Basta dare un’occhiata al profilo Twitter di Guarnieri per avere la percezione che tutto questo per lui non vale. La volontà di raccontarsi come persona e, solo in seguito, come l’ultimo uomo del treno della Groupama-FdJ di Arnaud Démare, appare evidente sia quando Guarnieri commenta una corsa appena disputata sia quando, invece, parla di musica, politica o anche semplicemente della sua famiglia.

“Il ciclismo”, mi racconta, “è uno sport meno mediatico e ricco rispetto ad altri. Quindi permette di avere una certa libertà d’espressione, molto personale, senza troppi filtri. Noi ciclisti, di fatto, cresciamo in mezzo alla strada. Fin da ragazzini siamo abituati, a inizio o fine corsa, a denudarci praticamente in mezzo al pubblico. Non abbiamo un palazzetto che ci protegge. L’esperienza di essere un poraccio mezzo nudo davanti alla gente l’ha provata chiunque nel gruppo dei professionisti, e rimane dentro. È una fortuna che sia così”.

Fortuna e opportunità da cogliere. Perché lo sport non ha la forza intrinseca di formare una persona, però offre, grazie alla sua innata mobilità, l’occasione di ridefinire continuamente i propri limiti fisici, mentali e culturali. Jacopo Guarnieri tutto questo l'ha ben chiaro in mente: “Il viaggio, andare a correre in luoghi che non conosco, è un aspetto fondamentale del mio lavoro. Da una parte mi permette di ridimensionare, relativizzare, quello che faccio in gara; di dargli la giusta importanza. Dall’altra, quando è possibile, mi dà la possibilità di farmi riflettere su quello che è casa mia”. 

Tuttavia, anche quando un corridore si ostina a non volersi confrontare con il mondo che circonda la corsa - “È chi viaggia che decide cosa vedere nei posti che visita”, dice Guarnieri - l’eterogeneità delle culture all’interno del gruppo costringe i ciclisti a fare i conti ogni giorno con prospettive e punti di vista estremamente diversi dai propri. Una volta per esempio a Guarnieri è capitato, dopo una tappa del Tour of California, di ritrovarsi a cena in un tavolo che comprendeva (e non è l’incipit di una barzelletta) un italiano, un austriaco, due norvegesi, un belga, un danese e un colombiano. Si parlava di immigrazione.

“Ognuno aveva la sua idea, ognuno esprimeva una prospettiva di quello che succedeva nel proprio paese. E, nonostante quasi nessuno condividesse la mia posizione, fu comunque interessante capire perché gli altri la pensavano diversamente”.

Quello che stupisce nel modo in cui Guarnieri parla di ciclismo e di qualunque altra cosa è la sua capacità di fornire dettagli articolati, descrizioni precise senza che il suo racconto risulti, però, distaccato. Riesce a comunicare la propria passione rimanendo in perfetto controllo.

Forse dipende dal fatto che nel corso degli anni Jacopo ha affinato la sua capacità di leggere la corsa, quasi come se lui non vi partecipasse. Da questo punto di vista non appare un caso che, dopo la Parigi-Roubaix con cui ha una tormentata storia d'amore che dura da dodici anni, la sua corsa preferita sia la Milano-Sanremo: “Perché dai Capi in poi è una botta d’adrenalina pazzesca. È velocissima, una volata di 30 chilometri, basta un niente per perderla. Una corsa cerebrale”.

Bisogna pensare per ambire a vincerla - o quantomeno per permettere al proprio capitano di farlo. Forse questa attitudine che Guarnieri dimostra nel combinare lucidità e passione, controllo e istinto,  dipende dal fatto che nessuno nasce gregario. Bisogna impegnarsi, e reinventarsi, per diventarlo. Per un corridore giovane che passa dai dilettanti ai professionisti è più naturale provare a diventare un leader che decidere di affinare il proprio talento per permettere a quello di un altro di emergere.

Del resto, qualunque corridore del gruppo è stato a sua volta un vincente, una promessa quantomeno potenziale. E anche la carriera di Jacopo è iniziata con una vittoria: “Ero G1, a Lodi Vecchio, non sapevo neanche come funzionasse una corsa, pensavo che per vincere bisognasse superare la moto apripista. Quando mi diedero il primo premio fui molto felice”.

La vittoria, o l’ambizione a raggiungerla, è fondamentale anche se poi nella carriera professionistica finisce per non far parte delle proprie mansioni dirette. È quella che ti permette “di dimenticarti che stai correndo con, o contro, i tuoi idoli. Kill your idols, insomma”.

Jacopo si è reso conto di aver corso per buona parte della sua carriera insieme a uno dei suoi miti giovanili - Tom Boonen - solo quando il corridore belga si è ritirato. Fino a quel momento per lui era stato solo un avversario da provare a battere. “È il bello dell’agonismo: ti dà la presunzione di poterti mettere alla pari con atleti straordinari”.

A differenza di quel che ci si potrebbe aspettare dalla naturale propensione alla riflessione di Guarnieri, specializzarsi nel diventare uno dei migliori pesci pilota del gruppo “non è stata una cosa pensata. Inizialmente è stato un istinto di sopravvivenza. Solo dopo ho capito che ci ero portato”.

Durante i primi anni da professionista, in Liquigas e in Astana, Guarnieri era ancora un ibrido. Gli dicevano di credere molto nelle sue possibilità di diventare un leader, ma non gli venivano mai assegnate le responsabilità che quella posizione richiede. In questo guado tra il desiderio di gloria e la paura della delusione, un giovane corridore deve prima di tutto pensare a garantirsi un contratto per le stagioni future. “La mancanza di fiducia che mi veniva sbattuta in faccia nei primi anni di carriera mi ha fatto diventare più freddo. Quando ho visto che lavorando per qualcun altro, e facendolo bene, mi rispettavano di più, allora mi è scattato qualcosa dentro”.

Non so se esiste un termine che possa definire in maniera precisa ciò che scatta dentro un atleta di alto livello nel momento in cui capisce di dover cambiare tecnicamente e mentalmente per adattarsi a nuove prospettive agonistiche. A quella che per certi versi è una riduzione. Non so neanche se si tratti di un istinto o di una scelta. A sentir parlare Guarnieri si ha l’impressione che sia un misto delle due cose. È una ricerca di motivazione che in ogni caso può essere veicolata, allenata e, forse, anche controllata. La volontà del gregario si traduce così nella capacità di forzare la corsa in modo tale che l’insieme di eventi incontrollabili che ne caratterizzano lo svolgimento porti a un solo risultato possibile: la vittoria della propria squadra.

Quando guardo in televisione la concitazione delle volate di gruppo, una delle cose che mi lascia sempre più perplesso è proprio questa: capire in che modo un gregario riesca a tramutare la sua volontà di controllo sul destino della corsa in una realtà concreta e, se possibile, vittoriosa. In Guerra e pace Lev Tolstòj, pur non parlando mai di biciclette né tantomeno di volate di gruppo, descrive l’ambizione dei comandanti militari di piegare secondo la propria brama di vittoria il continuum di avvenimenti irrazionali che caratterizzano ogni battaglia come un’illusione. “Quale scienza può esserci in una materia in cui, come in ogni faccenda pratica, nulla può essere definito e tutto dipende da innumerevoli condizioni, il cui valore si definisce in un momento che nessuno sa quando arriverà?”, si chiede lo scrittore.

Ma a sentire Guarnieri una scienza esiste, ed è proprio questo il suo lavoro in corsa. “Quando sono lì dentro al gruppo ho un istinto particolare di controllo. Ho la sensazione di avere in mano, almeno in parte, il destino che quella corsa può prendere. Quando tiro le volate ho un certo tipo di fiducia in quello che sto facendo, una fiducia che mi manca quando le faccio da solo. Forse perché non mi fido troppo di chi tira le volate a me. Nel senso: se avessi me stesso a tirarmi le volate, forse mi fiderei di più...”

Guarnieri sorride e continua: "A parte gli scherzi, non è una questione di arroganza, ma il fatto è che so come ragiono e so come voglio impostare una volata. In gruppo non siamo in tanti ad avere quel tipo di lucidità che serve in un ambiente così caotico, dove bastano centimetri per vincere o perdere, restare in piedi o cadere. Il mio ruolo è avere il controllo su quei centimetri, e credo di avere imparato a farlo”.

Secondo Guarnieri, infatti, esiste una fiducia lineare, una sorta di trasmissione per osmosi, un contagio di sicurezza che attraversa in entrambe le direzioni, dai gregari al capitano e viceversa, il treno di una squadra. La fiducia che arriva ai gregari viene dal riconoscimento del talento e delle qualità - non solo ciclistiche - di un capitano che, a sua volta, riceve in cambio la possibilità di affidarsi ciecamente alla corretta valutazione dei centimetri in corsa fatta da uomini come Guarnieri.

Non è un caso che anche l’analisi di una vittoria sia molto diversa se viene fatta da chi conquista in prima persona il traguardo o da chi, come Guarnieri, ha concentrato il suo sforzo nei metri che precedono la linea d’arrivo. Nel primo caso, di solito, c’è una manifestazione molto emotiva di cosa significa vincere; una gioia quasi infantile, difficilmente verbalizzabile. Basta ascoltare le battute a caldo raccolte dai cronisti dalla voce dei protagonisti subito dopo gli sprint: frasi spezzate, parole semplici, gesti esagerati. Non perché vincere sia banale, ma perché dissezionarne le ragioni è sempre affare difficile. Gli eventi non aspettano, direbbe Tolstòj.

Quando invece a raccontare il compimento del proprio lavoro è un corridore come Guarnieri l’analisi risulta molto più lucida, matura, anche se non per questo meno appassionata. “Una delle mie più grandi soddisfazioni sportive è il mondiale di Doha del 2016, quando con la nazionale siamo arrivati tra i primi cinque con Nizzolo. Avevo vissuto tutta la settimana precedente ad immaginare gli ultimi chilometri, come mi sarei dovuto muovere. Riuscire a fare esattamente quello che avevo in mente è stata una soddisfazione enorme”.

Se non si può vincere, il piacere può derivare dal modellare la corsa secondo la propria volontà. La vittoria allora non è più necessaria per soddisfare il proprio agonismo, semmai ne rappresenta un coronamento.

Jacopo Guarnieri è un giovane uomo che dà l’impressione di essersi guadagnato il privilegio della consapevolezza di sé. Pare abbia un’idea molto precisa di quello che fa, e, soprattutto, di quello che è. Pedalare, gareggiare, a quanto dice lui, è sempre stato bellissimo, ma “più passano gli anni, più me lo godo”.

Per arrivare a godersela, però, un corridore professionista si trova costretto a gestire nel corso della carriera anche gli aspetti controversi del mondo del ciclismo. “In quanto sportivi, noi ciclisti siamo caricati dalle persone di una responsabilità morale superiore, che non appartiene neanche allo stesso mondo che ce la chiede”.

Non dev'essere compito agevole quello di dover rimanere puro agli occhi di un mondo di spettatori, media e addetti ai lavori che non ci pensa due volte a ostracizzarti nel momento in cui perdi quel candore. “Io faccio parte - dice Guarnieri - di una generazione di ciclisti che sconta la reazione ad errori commessi in termini di credibilità da un sistema che ci ha preceduti. Ogni volta che un ciclista sbaglia si pensa solo a invocare sanzioni individuali severissime, come la squalifica a vita. Si demonizza il colpevole, lo si isola, ma raramente si indagano le ragioni sistemiche che lo hanno portato a sbagliare. Tutto ciò non fa crescere, per niente”.

Anche quando parla di doping sembra che le riflessioni di Guarnieri siano modellate nella loro forma e nel contenuto dalla volontà, da quel misto di istinto e lucidità che lo ha portato a diventare uno dei migliori ultimi uomini da volata del gruppo. Sono pensieri da uomo-squadra, da chi vede il successo come qualcosa di condiviso, raggiungibile solo attraverso quella fiducia lineare senza la quale non è possibile non soltanto vincere, ma nemmeno provare a farlo.

Del resto, come dice lui, “in volata nessuno, ma proprio nessuno, vince da solo”.

 

 

 

 

 

Categoria: