Conta solo il presente - Intervista a Matteo Trentin

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Schietto a parole quanto eclettico in sella, Matteo Trentin è la gioia di ogni intervistatore. Parla a lungo, parla di tutto, parla senza filtri, un po' come quando durante una fuga in un caldo giorno di luglio si mette comodo e affronta le salite petto al vento.

Parla, soprattutto, con cognizione di causa, con la consapevolezza che gli deriva dall’esperienza (compirà 32 anni il prossimo agosto) e dalla larghezza di vedute che l’hanno reso negli anni un punto di riferimento del ciclismo italiano, su e giù dalla bicicletta.

Telefonandogli, ieri pomeriggio, l’ho interrotto mentre prenotava online i tamponi PCR cui dovrà sottoporsi prima di partire per il Belgio, tra due settimane: “Bisogna organizzarsi per tempo”, mi ha spiegato.

La Omloop Het Nieuwsblad e la Kuurne-Brussels-Kuurne saranno i prossimi impegni del suo calendario 2021, cominciato a fine gennaio con il GP la Marsellaise (7° al traguardo) e proseguito la settimana scorsa con il Tour de la Provence: “Sensazioni un po così. Ero arrivato stanco dopo due settimane intense di allenamento, ma durante la corsa mi sono sentito meglio. È un buon segno”.

 

*

 

LP: Ciao Matteo, grazie per la tua disponibilità.

MT: Grazie a te!

Posso chiederti cos’hai fatto oggi, a parte prenotare tamponi?

Mah, niente di che. Giusto un giretto stamattina per andare a comprare un pollo arrosto.

E che farai dopo aver finito questa chiacchierata?

Si gioca coi bambini, si mangia, si rigioca o si guarda un po’ di televisione. Da quando ci sono i bambini guardiamo più serie tv. Prima io e Claudia guardavamo molti film, ma adesso ci addormentiamo prima che finiscano, e i film non ha molto senso guardarli a pezzi. Allora abbiamo dirottato sulle serie. 

Quale state seguendo adesso?

"Aquarius", su Netflix.

Non l'ho ancora vista, la consiglieresti?

Mah, insomma, mi sembra un po’ una roba da psicopatici. Per noi è un passatempo, più che altro. In alternativa ci facciamo una partita a carte, la classica briscola serale. E poi a dormire, come vecchi bacucchi.

Ma come vecchio? Non hai ancora 32 anni...

Sì infatti, era per dire. In realtà sono quasi il terzo bambino di casa.

Che tipo di giochi fate in famiglia?

Con Jacopo, il più piccolo, soprattutto macchinine. Giovanni invece, che ha sei anni, adora i Lego e sta cominciando ad appassionarsi ai giochi da tavolo. Adesso per esempio abbiamo questo gioco che ha un tabellone con tantissime foto di animali, delle immagini piccoline oppure messe in posizioni strane. Si pesca una carta e chi trova per primo l’animale sul tabellone se la tiene. È un gioco di occhio e velocità.

Un po' come il ciclismo...

Esatto.

 

 

Ecco, venendo al ciclismo: sei appena passato alla UAE Emirates, la terza squadra diversa in quattro anni. Non è che - perdonami la battuta - sei un po’ come quei calciatori di difficile collocazione tattica che cambiano squadra quasi ogni stagione?

Direi di no, perché se ci pensi alla Quick-Step, la mia prima squadra, è durata sette anni. Ho ancora rapporti importanti con qualcuno di loro. Con Bramati in particolare, ma anche con lo staff e gli ex compagni, quelli che sono rimasti almeno. Ci si saluta, si scherza, si chiacchiera sempre.

Non ti pesa, visto che non sei più un ragazzino, dover ricominciare ogni volta a intessere rapporti umani nuovi?

Non mi pesa più di tanto, perché le prime due volte alla fine è stata una scelta mia. La terza è stata per cause di forza maggiore, come sapete. Avevo un altro anno di contratto con la CCC, ma è andata come è andata. Tecnicamente non è stato nemmeno un cambio di squadra, è che proprio la squadra non c’è più. È stata talmente breve l’esperienza alla CCC che i rapporti coi compagni non erano ancora diventati solidi, erano appena nati.

E così sei finito a correre insieme a uno dei giovani più forti per le corse a tappe (Tadej Pogačar) e a uno dei giovani più forti per le corse di un giorno (Marc Hirschi).

Ancora non li conosco bene. Siamo stati insieme in ritiro ad Abu Dhabi, ma con Pogačar non mi sono allenato praticamente mai, perché lui era sempre nel gruppo degli scalatori e io nel gruppo di quelli che la salita magari anche meno. Con Hirschi ho fatto giusto un paio di allenamenti, visto che era appena arrivato e si è perso i giorni iniziali del ritiro in cui si chiacchiera di più e ci si conosce. Mi hanno fatto una buona impressione però, mi sembrano ragazzi tranquilli.

Come ci si sente a far parte di una generazione di corridori maturi, teoricamente all’apice delle proprie carriere, cui sono letteralmente esplose in faccia queste nuove incredibili generazioni di fenomeni? E tutto questo mentre intanto il tempo scorre inesorabile... Pinot per esempio qualche giorno fa ha detto che gli è pesato moltissimo aver passato i trenta.

Questo un po’ c’è, è vero. Sono arrivati questi 13-14 giovani fortissimi, e la tendenza delle squadre è diventata di prendere ragazzi sempre più giovani, anche se poi non tutti sono subito pronti. Per me comunque non cambia moltissimo, visto che anche se non fossero arrivati tutti questi nuovi freschissimi, sarei comunque passato presto nella parte più vecchia del gruppo… 

Mi torna alla mente la tappa del Tour of Britain di due anni fa in cui nei pressi del traguardo Mathieu van der Poel ti passò quasi a doppia velocità. Tu scuotesti la testa e alzasti un pollice in sua direzione, come a dire “bravo, io più di così non posso fare”. Ecco, cosa si può fare per battere gente così?

Beh, al mondiale di Harrogate Van der Poel non c’era più quando contava... Quella secondo me è stata la prova lampante che loro non sono imbattibili, e che noi non siamo da buttare. Poi ci sarebbe anche il caso di Bernal. Dopo il Tour 2019, i grandi espertoni di ciclismo dicevano che avrebbe vinto quindici Tour uno in fila all’altro e qualsiasi altra corsa a cui avesse partecipato. Invece il ciclismo è uno sport in cui il difficile comincia quando sei al top.

Questo non vuol dire che Bernal non tornerà al top, perché comunque non si vince mai un Tour per caso. Però, ecco, la sua defaillance dell’anno scorso fa capire quanto nulla nel ciclismo sia garantito, anche se sei giovane e forte.

Io non volevo tirar fuori un’altra volta il mondiale di Harrogate, ma visto che l’hai fatto tu... Aver scoperto la sorprendente fragilità dei fenomeni è l’aspetto più positivo di quella tua esperienza?

No, la cosa positiva che mi sono portato dietro da quel mondiale è che so di poter essere protagonista in una corsa lunga, difficile e dura come quella. È stata un’iniezione di fiducia, per me. Ovvio che poi vincere sarebbe stato meglio (ride).

Ci hai più parlato con Pedersen?

Poco in realtà. Non è che l’anno scorso si sia corso più di tanto…

Alla fine non se l’è goduta troppo, quella benedetta maglia.

No, non è stato un grande anno.

Solo vincere uno dei prossimi mondiali può cancellare la tua delusione?

In realtà non credo ci sia niente da cancellare. Diciamo che c’è un conto aperto che mi spinge a dare quell’1-2% in più che potrebbe servirmi in futuro.

Ti servirà già al mondiale in programma nelle Fiandre quest’anno?

È un bel mondiale. Il percorso lo conosco, anche perché in Belgio le strade bene o male sono sempre quelle. Che altro dire? Che bisogna arrivarci al massimo della condizione, come sempre, ma queste sono le solite chiacchiere che si dicono in questi casi…

 

 

È il mondiale è la corsa che più di tutte vorresti vincere prima di chiudere?

No, forse una Sanremo. O un Giro delle Fiandre. O una Sanremo e un Fiandre. Ai mondiali ci sono già andato vicino, alle altre due no. Possono essere obiettivi da inseguire. 

Magari subito in questo 2021, considerando che il 2020 è stata la tua prima stagione da pro’ senza vittorie...

Eh, bravo. Questo mi fa girare le balle, altro che mondiale.

Il ciclismo per te ha senso anche se non vinci?

Magari in futuro sì, ma adesso no, non avrebbe senso. Se mi dovessi accorgere che non sono più in grado di vincere, e che sarebbe meglio spostare il mio lavoro in un’altra direzione, allora mi comincerei a fare delle domande. Ma non ora.

Si parla molto ultimamente del legame tra vittorie e aspettative da esse generate. Tom Dumoulin, annunciando il suo stop, ha detto di essersi tolto dalle spalle "uno zaino di cento chili".

Io questo non lo vivo. Al contrario anzi, è esattamente il motivo per cui vado ad allenarmi. È ovvio che poi dipende anche dagli obiettivi che ti poni. Se ti poni degli obiettivi impossibili, tipo per me vincere il Giro d’Italia, è un conto. Ma se ti poni degli obiettivi che sai che puoi raggiungere, la pressione diventa positiva e, almeno nel mio caso, fa bene. Poi ognuno ha la sua storia, per carità.

Il ciclismo di oggi è super competitivo, il livello è sempre più alto, i giovani sono forti ed è facile trovarsi in situazioni negative che possono far sorgere problemi seri. Però non credo sia un malessere così diffuso in gruppo. Se ne parla di più, questo è sicuro.

Se i tuoi figli un giorno esprimessero il desiderio di cominciare ad andare in bici sul serio, li appoggeresti?

Uhm, insomma. Piuttosto gli suggerirei la mountain bike, o il ciclocross, ma non la bici da strada. Di questi tempi pedalare in strada è quasi come andare in guerra, quindi se è possibile evitare di andare a mettere il culo nelle pedate, come si dice dalle mie parti, tanto meglio.

Ti spaventa, in generale, il mondo in cui stanno crescendo?

Ci sarebbero un sacco di cose da cambiare, onestamente. Un sacco di cose che non vanno. Prendi per esempio tutti i fantastici video motivazionali del primo lockdown. Già finiti nel gabinetto. Vivere di più la natura, qua, là... A me sembra che le cose siano peggio di prima.

Ma tra tutte è la sicurezza stradale che mi preoccupa di più, forse perché riguarda da vicino il mio lavoro. Sarebbe da ripensare completamente il modo in cui viene intesa la viabilità, mettendo alla base il rispetto reciproco di chi utilizza le strade. 

Di questo hai parlato anche in un bella intervista di un anno fa su GCN, se ricordo bene. Ma se tu avessi un ruolo operativo, qual è la prima decisione che prenderesti?

Forse introdurre la distanza obbligatoria di un metro e mezzo tra auto e ciclisti, e farla rispettare. È stato fatto in Spagna, si è dimostrato che funziona. Ma direi che strade e città andrebbero proprio ripensate. C’è bisogno di meno inquinamento e più spazio per vivere, invece tutto continua a essere progettato per le automobili.

Ho letto da qualche parte, credo lo dicesse un urbanista, che inizialmente tutti pensavano che aggiungere un’altra corsia nelle strade avrebbe fatto diminuire il traffico, invece l’unico risultato è che aumentavano le auto e il traffico rimaneva uguale. È come, quando sei grasso, fare un altro buco alla cintura invece che metterti a dieta.

Sempre in tema di sicurezza, in una recente intervista su Cyclingnews hai avuto qualcosa da dire ai tuoi colleghi che si sono ribellati dopo aver appreso delle nuove regole dell’UCI sulle posizioni aerodinamiche vietate.

Mi ha infastidito che tutti dicessero “non ne sapevo niente” quando avrebbero potuto spendere cinque minuti in più per informarsi. Ci può stare che una piccola percentuale non riesca a informarsi, ma questa volta gran parte delle lamentele erano del tutto incoerenti con i fatti.

Non trovi ci sia un problema di rappresentanza dei corridori, e di comunicazione con gli organismi che prendono le decisioni?

C’è un chiaro problema nel sistema decisionale, nella distanza tra chi propone e chi decide le nuove regole. Nei tempi. L’Unione Ciclistica Internazionale è un organismo politico e ha i problemi che hanno tutti gli organismi politici. In certe cose dovrebbe essere più snella, tanto per cominciare. Dall’altro lato ci sono i corridori che anziché fare fronte comune per risolvere i problemi si beccano tra loro, o se la prendono con l’organismo sbagliato. Molti non sanno nemmeno come funzionano le cose. Nemmeno io lo sapevo, prima di cascarci dentro.

Adesso ci sei dentro e sei un punto di riferimento.

Non lo so se sono un riferimento, dovrebbero dirtelo gli altri. 

Beh, sei di sicuro uno di quelli che si fanno sentire di più, che qualche volta “rompono le scatole”...

Io sono abituato a dire quello che penso, se quello che penso è secondo me giusto e condivisibile. Se invece quello che penso è contrario a quello che pensa la maggior parte delle persone, allora è meglio che stia zitto (ride).

 

 

Che tu lo riconosca o meno, sei un punto di riferimento per il ciclismo italiano. E tutto questo non vivendo nemmeno in Italia.

Vivere a Montecarlo ha i suoi pro e contro. Stando qui, i bambini sono immersi in un mondo più multiculturale, e penso che in questo momento sia un vantaggio per loro. Il più grande, per farti un esempio, parla già francese, lingua che io non parlo. Il più piccolo sta cominciando. Certo ci mancano gli spazi aperti, la natura, i boschi, che in Trentino sono più vicini.

Come vedi l’Italia da casa tua?

Politicamente sempre i soliti, direi. Sempre dei campioni (ride). Riguardo la pandemia, devo dire che da quello che mi dicono amici e colleghi che vivono in Italia e da quello che vedo quando mi capita di passare in bici in Liguria, mi sembra che l’italiano medio sia molto più attento del francese medio.

Tornerai in Italia quando smetterai?

Non ne ho la più pallida idea.

Ma rimarrai nel mondo del ciclismo?

Idem con patate: non lo so. Non sto pensando al futuro neanche un po’, conta solo il presente. 

Non credo di essere il primo a dirti che ti vedrebbe bene un giorno nel ruolo di direttore sportivo, o di commissario tecnico.

Quello lo capisci nel momento in cui smetti, se fa per te. Non puoi portelo prima come obiettivo. Vediamo.

È innegabile che tatticamente leggi le corse come pochi. Quanto spesso ti è capitato di vincere sapendo di non essere il più forte?

Più di una volta. La prima tappa che ho vinto al Tour, per esempio. Nel 2013 a Lione. Con un po’ di fortuna e un po’ di lettura di quello che stava succedendo riuscii a vincere nonostante in fuga con me ci fossero corridori blasonati come Albasini, Millar, Van Garderen. A un certo punto dalla fuga erano cominciati scatti e controscatti. Io rimasi calmo. Fui l’ultimo a superare l’ultima salita di giornata, avendo deciso di spendere le mie energie residue solo nel momento migliore. Si potrebbe definire istinto, ma attenzione: l’istinto non ha a che fare col caso. 

Cos’è, allora?

Posso dirti cosa non è. L’istinto non è quando decidi di fare una cosa, hai culo e ti riesce. Quando sei sempre al posto sbagliato nel momento sbagliato o viceversa sempre al posto giusto nel momento giusto, non è per caso. È come quando un calciatore si fa trovare sempre libero davanti alla porta.

Tipo Pippo Inzaghi quando giocava?

Ecco, tipo Inzaghi. Una volta può essere fortuna, ma tutte le altre volte è perché sai quello che fai. 

Si può allenare, questa “cosa”?

No. Puoi migliorarla forse, ma se non ce l’hai non ce l’hai.

A te chi l’ha trasmessa?

Non lo so, in famiglia non correva nessuno. Magari l’ho sviluppata osservando le cose, imparando a capire come ragiona la gente, conoscendo meglio me stesso… Bisogna pensare. Io penso, cerco di immedesimarmi nei miei avversari per capire come batterli. Infatti a volte rimango fregato perché gli altri fanno delle cose che per me non sono logiche, ma per loro evidentemente sì.

Si dice che una gara di ciclismo sia una partita a scacchi su due ruote.

Oddio, forse è un po’ esagerato. Diciamo di dama.

Per concludere, mi aiuti a capire da dove deriva la tua proverbiale energia? Il tuo essere positivo nonostante tutto, sempre pronto a sdrammatizzare in ogni situazione?

È il mio modo di fare, cerco in generale di essere allegro. Anche perché nella vita faccio quello che amo. Non me l’ha prescritto il medico di fare il ciclista. La mia passione è diventata il mio lavoro, è già una bella cosa. Se una mattina devo fare sei ore di allenamento mi alzo e le faccio. Mi piace farlo. Il giorno in cui non mi piacerà più sarà il giorno in cui la appenderò. 

Da quello che dici, e da come lo dici, sembra sia un giorno lontano.

In realtà non lo sai mai quando arriva. Tom Boonen decise di punto in bianco di smettere. Me lo ricordo bene, eravamo in squadra insieme. 

A Matteo Trentin non capita proprio mai di essere giù di morale?

Certo che mi capita. Anch’io ho i miei momenti down, eh. Ma per essere triste avrò tempo quando sarò morto.

 

 

Intervista a cura di Leonardo Piccione. Foto: Team UAE Emirates; Instagram; Getty Images.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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