Lo schiaffo ineluttabile della realtà

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    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

Il ciclismo è fatto d'asfalto, come buona parte del mondo in cui ci muoviamo, ci fermiamo, pedaliamo, amiamo, dormiamo, viviamo e moriamo ogni giorno. Nulla divide i protagonisti dagli spettatori, non ci sono reti a difendere gli acrobati che camminano sulla corda della vita, c'è solo l'esistenza che avanza, intrisa di imperfezione. È per questo che il ciclismo non si ferma mai, non si è fermato davanti agli attentati, non ha esitato nei momenti in cui il cielo era pieno soltanto di dolore. Lo ha fatto solo qualche volta per la guerra, suprema negazione della vita.

Così il ciclismo è ripartito pure oggi, dal centro di Liegi, come fa dal 1892, per la sua classica più antica, con un protagonista in meno. Dal silenzio e dagli applausi di Liegi al silenzio e alle urla di Bastogne, poi di nuovo al silenzio e agli applausi di Ans. Una storia ovattata di brevi attacchi e lunghe attese, di cadute dopo cui rialzarsi e rimettersi a pedalare. Come sempre, come nella vita, come avrebbe fatto Michele Scarponi ieri. Ieri invece Michele non si è rialzato. È rimasto su un asfalto dove dicono non ci fosse nemmeno una goccia di sangue.

Rialzarsi e ripartire, pensate ad Aaron Gate: una settimana fa era ad Hong Kong a sprintare in pista, oggi a pedalare in fuga dal mattino, su e giù per le Ardenne, sapendo che la sua condanna è scritta. Infatti quando la strada si impenna fin quasi al 20% guarda i compagni di fuga involarsi e capitola, ma con un mezzo sorriso: è sempre meglio vedere andarsene chi ha faticato con te, piuttosto che essere risucchiati da dietro. Sfidano la realtà in ogni istante, i fuggitivi. Prendete Tim Wellens, il suo ciclismo è psichedelia. Per lui le orribili periferie di Ans sono prati in fiore; gli svincoli autostradali, sentieri dorati. Sussurra parole dolci alle orecchie di ciò che resta di Stephane Rossetto e srotola davanti ai propri un asfalto che torna ad essere vita. I sogni di Wellens affondano, almeno per oggi, nell'odore di arrosticini del Saint-Nicholas, in mezzo agli scatti di Henao e Villella, Formolo e Martin. Lo schiaffo ineluttabile della realtà a queste latitudini lo assesta sempre Alejandro Valverde.

Don Alejandro fa tutto ciò che gli pare, alza due dita al cielo stendendo un filo di volontà tra l'asfalto della vita e le alture della morte. Piange davanti ai microfoni, con la voce spezzata ribadisce che donerà tutti i premi alla famiglia di Scarponi. Poi sale sul podio e guarda verso l'eternità, dove dicono stia pedalando Michele, lontano dal bitume di tutti i giorni. Sul traguardo di Ans, proprio come all'incrocio di Filottrano, le lacrime lavano un asfalto su cui non c'è nemmeno una goccia di sangue.

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