[Lombardia 2016] Ad ogni curva una rivoluzione

Il Lombardia è una serpentina senza respiro che attraversa una pluralità di paesaggi. Le sue strade lasciano nelle ruote il senso di una terra stratificata, di un paesaggio discreto ed eterogeneo. Alta e bassa pianura, una curva e una valle, un’altra curva, una salita, il ramo del Lago di Como, una discesa, il ramo del lago di Lecco (che è lo stesso lago ma invece no), case rinascimentali e insegne arrugginite da bar sport di paese. Ad ogni curva una rivoluzione. Per vincere il Lombardia bisogna interiorizzare la mutevolezza, assimilarla, brindare ad ogni attacco e buttare giù. Cesare Pavese scriveva che per strada può accadere ogni cosa, può accadere che l’aria ubriachi. Per vincere il Lombardia occorre incassare la sbornia sperando di non rimanerne frastornati.

Su via della Boccola, Bergamo Alta, vino e piaceri sono sempre scorsi a fiumi. Durante la dominazione veneziana era la via delle puttane: le casalenghe, libere professioniste. Oggi era l'ultimo muro del Lombardia, goduria riservata a molti voyeur ma pochissimi attori. Quattro, per la precisione: un francese (Bardet), un italiano (Rosa), due colombiani (Chaves e Urán). I colombiani. Tutti sapevano che sarebbero rimasti davanti fino in fondo, tanto forte andavano. Era chiaro che sarebbero arrivati all'ultimo respiro, quello che divide il vincitore dagli altri.

Rigoberto Urán è abituato a stare lì, nella zona "altri": di vittorie importanti ne ha sfiorate tante, altre le ha viste da vicino, nelle mani non ne ha stretta quasi nessuna. Un cammino un po’ nostalgico, da emigrante di lungo corso. Un cammino che avrebbe potuto intraprendere anche il giovane Chaves, se non fosse che ogni viaggio è fatto di svolte, e da ognuna dipende un destino. Esteban Chaves la sua svolta l'ha imboccata dopo il Giro d'Italia. Una curva lunga qualche mese, una Vuelta guardata dal ponte dell'arrembaggio e poi questo Lombardia, portato per la prima volta aldilà dell’oceano. Chaves è planato sul caos dell’eterogeneità e ha vinto con la freddezza del conquistatore del proprio destino, di chi sa attaccare, aspettare e mordere. Infine sorridere.

Secondo è arrivato Rosa. Quando si pronuncia “Diego Rosa”, con l'arrotarsi della erre dopo quel nome iberico, ci si aspetterebbe di trovarsi di fronte i tratti decisi di un guerrigliero cubano o di un ciclista andino. Invece il volto di Diego ha i colori tenui delle Langhe piemontesi, schivo come un tartufo che cela sottoterra la sua raffinatezza. Oggi Diego Rosa si è dissotterrato. È stato piemontese scortando, tirando e ricucendo per il capitano. È stato sudamericano insubordinando, uscendo, tirando ancora e riattaccando. È stato un gregario, un capitano, uno scalatore, un finisseur, un discesista e un velocista. È stato tutto questo, ma non è bastato. Diego Rosa ha perso e ha urlato la sua rabbia dentro un turbinio di coriandoli verdi, surrogati di foglie morte in quest’autunno appena accennato, che sa tanto di primavera colombiana.   [FB-RS]

 

 

 

 

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