Mollema resiste

L’autunno comincia con la cascata di foglie che investe i corridori mentre arrancano sul Muro di Sormano. È un sipario dal quale appaiono per primi Ciccone e Majka, traini di un gruppo che intanto perde un pezzo dopo l’altro.

Il Giro di Lombardia è un setaccio, separa gli esausti-che-non-ne-hanno-proprio-più dagli esausti-pure-loro-ma-con-ancora-un-briciolo-di-energia; chi non ha null'altro da chiedere alla sua annata da chi qualche altra domanda gliela farebbe comunque, a questo 2019, per curiosità o per ingordigia.

Il Lombardia è un equinozio, ha la forma e i colori della stagione che inaugura e nella quale si riflette, non è un caso che il lago stesso intorno a cui la corsa gravita – ora aggirandolo, ora puntandolo in picchiata – sia esso stesso una pianta, o una sua imitazione liquida, con tanto di rami, foglie e radici contorte, biforcazioni che imboccate al momento giusto rendono il traguardo di Como un poco più vicino. 

Quelli che rimangono davanti dopo Sormano rifiatano e guardano a Civiglio. Solo Wellens e Buchmann abbozzano un attacco, ma la foga dei favoriti li risucchia inesorabile. Per vincere il Lombardia occorrono fiuto da cacciatore di tartufi e occhio da botanico; bisogna saper indovinare momento e luogo, osservare sapientemente le nervature della corsa e leggervi dentro. 

Bauke Mollema è uno che ama leggere: solo che più che le corse (ne ha vinte in tutto una decina), legge soprattutto libri. Saggi e romanzi, autori olandesi e internazionali, fiction e non fiction. Durante un grande giro arriva a divorarne fino a uno a settimana. Durante l’ultimo Tour, il suo preferito è stato “Bonita Avenue”, di Peter Buwalda, un thriller politico-psicologico di ben 536 pagine.

Ma Mollema non è uno che si lascia intimorire dalle lunghe distanze. Si mette lì, con l’andatura costante e i rapporti duri, e procede. 

Ha costruito una bella carriera di regolarista, grazie a quest’abilità. In undici anni di professionismo si è piazzato molto: sempre a ridosso dei migliori, ma quasi mai uno di essi, giammai il favorito – giacché non sei favorito se sei bravo in tante cose ma non eccelli in nessuna.

Più che sfidare i percorsi, dunque, Mollema opta per resistere loro il più possibile.

Di solito.

Perché oggi invece è riuscito (“finalmente”, come ha detto alla fine) a modellare la propria natura su quella del tracciato; a imboccare la biforcazione giusta: mentre gli avversari cedevano alla tattica e alle pendenze di Civiglio, lui ha tirato dritto. Ha anticipato il gruppo dei favoriti, Valverde, Bernal e Roglič. Ha attaccato a 18 chilometri da Como, più o meno la stessa distanza che c’è da Zuidhorn – dov’è nato – a Groningen – dove andava a scuola, ovviamente in bicicletta, ovviamente cercando ogni giorno di migliorare il tempo del giorno prima.

Mollema resiste. S’incurva, ciondola. Non è elegante, ma va.

Sulla strada per San Fermo della Battaglia dà l’impressione di potersi spezzare, poi però si lancia su Como con leggerezza, mutando il naso aquilino in timone, o in pinna di squalo. I rivali si controllano e Mollema respira, e butta un occhio verso le acque luccicanti del lago.

Qualcuno – Thoreau, in “Walden” – ha detto che i riflessi di un lago sono come l’occhio della Terra: guardandoci dentro si misura la profondità della propria natura. E quella di Mollema è senza dubbio una natura autunnale, come un crepuscolo d’ottobre: raramente abbaglia, ma talvolta conosce sfumature intense, eccezionalmente brillanti, e sorprende. (Francesco Bozzi - Leonardo Piccione)

 

 

 

 

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