Tanti pezzi combinati

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Verso la metà di luglio del 2017, Marcel Kittel era tornato imbattibile. Aveva vinto cinque delle sei volate disputate nella prima metà di Tour de France. Aveva battuto Démare e Greipel, Cavendish, Kristoff e Groenewegen. Era di nuovo sui livelli del 2013 e del 2014, le stagioni che lo avevano consacrato. Era, ancora una volta e indubitabilmente, il più forte velocista al mondo.

Due anni dopo, Kittel è un ex-corridore: ha annunciato il ritiro definitivo dalle competizioni due giorni fa, ufficialmente. Dopo quattro mesi di riflessioni, ha concluso di non avere più voglia di torturarsi in sella a una bicicletta; di sostenere, come ha dichiarato, “tutti i sacrifici richiesti a un atleta di livello mondiale”. Stare lontano da casa duecento giorni all’anno, accettare una qualità della vita decrescente, vedere suo figlio crescere via Skype.

Ritirandosi a soli 31 anni, rinunciando ad almeno altre tre-quattro stagioni di volate (e ingaggi) di primissimo rango, Kittel ha affermato con fragore la propria incompatibilità con il ciclismo professionistico. Un’incompatibilità non congenita - fosse stato in assoluto refrattario al sacrificio non sarebbe diventato un professionista, né tantomeno il più forte velocista al mondo - ma sopraggiunta nel corso degli anni. Da un certo punto in poi della propria carriera, Kittel ha compreso di non poterne più. Soprattutto, ha intuito chiaro il bisogno di assecondarla, questa sua insofferenza, di dare compimento a una forma di debolezza che sembra stridere, e nemmeno poco, con l’algida fisicità del velocista più bello e dominante del decennio.

Il punto è che, nonostante il ciclismo sia uno sport che fa di tutto per esporre pregi e difetti dei suoi protagonisti, la corrispondenza tra atleta e uomo rimane questione tutt’altro che risolta, con il primo che raramente aderisce in tutto e per tutto al secondo: laddove l’uno si mostra freddo e implacabile, è possibile che l’altro sia invece impulsivo e titubante, conseguenza diretta del fatto che i caratteri sono complessi e le risposte alle domande di senso sfaccettate - così come sfaccettati sono gli insegnamenti del ciclismo, il quale non educa soltanto a tenere duro, come da tradizione e retorica, a resistere con tutto quel che si ha alle avversità e alle deprivazioni. lI ciclismo educa anche a mollare, quando è il caso.

La bicicletta non è affare esclusivo degli “uomini tutti d’un pezzo”, anche perché gli uomini non sono quasi mai tutti d’un pezzo, a ben vedere: sono di molti pezzi, combinati come si può, per lo più fragili e spigolosi. Tenerli insieme è impresa alquanto complicata, ma - come ha dimostrato Marcel Kittel: assoluto protagonista del suo sport prima, esemplare nella gestione e nella condivisione del radicale cambio di priorità poi - non è detto che non possa essere vincente.

 

 

 

 

 

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