#MiaB - Le pietre del Kwaremont

Con quest'articolo inauguriamo la nuova rubrica "Message in a Bidon", una raccolta di contributi che arrivano direttamente dai nostri lettori, storie che galleggiano sulle strade del ciclismo, e che la corrente ha voluto spingere fino a noi. 

 

Va in scena il Fiandre 2017. Le pietre tremano, c'è una leggera brezza che accarezza gli sterminati prati ondulati sul colle del Oude Kwaremont. C'è un bel sole e nell'aria si avverte una tensione palpabile. Un'atmosfera che blocca il respiro e che per un attimo trasforma ciò che si avverte nei sensi in qualcosa di nuovo, in più profondi desideri. Una tensione che ha il sapore del mito e le vesti del sacro.

Si tratta di un rito sacrificale a cui si sottopongono poco meno di trecento corridori. Atleti che di certo non passano inosservati. A sostenere i loro grandiosi sogni lungo il selciato è presente il pubblico. È una giornata bellissima, e l'intero Oude Kwaremont è ricolmo di famiglie e di gente venuta da ogni dove. Le persone dei paesini più vicini e quelle da un po' più lontano. La maggior parte sono giovani europei, ma tutti accomunati da un minimo comun denominatore: la passione per uno sport fatto di sudore e polvere, di endorfina e sacrificio. L'amore per il ciclismo.

Alle 13:39 sulle curve colline fiamminghe regna il silenzio. Lo sguardo concentrato degli spettatori è come ipnotizzato. La sensazione è come se stesse per venir fuori un'Idra dalle mille teste infernali, un abominevole gruppo di mercenari assetati di san pietrini. Gli occhi dell'assemblea, che unita partecipa alla funzione, sembrano terrorizzati.

L’'impazienza si percepisce dal tremore dei leoni sulle centinaia di bandierine gialle. Un pulviscolo nervoso sorvola il colle e al tempo stesso crea un clima di leggenda. Il gruppo è in arrivo, è solo il primo passaggio del primo muro ma già si percepisce un primo distacco dal peloton, e l'arrivo del gruppo di testa rende il momento sul Kwaremont davvero intramontabile.

Avviene tutto in un solo momento e quello che si avverte è l'intrepido andare, il suono del metallico sudore sprigionato da quelle macchine da guerra. La storia si ripete, come in una replica delle più antiche sfide tra gladiatori e fiere selvatiche, solo che sta volta le fauci degli animali sono i sanpietrini, le pietre cubiche che per due immensi chilometri mettono alla prova l'equilibrio e la tecnica di ogni corridore.

Il massacro è servito, l'assemblea con rispetto e ammirazione assiste al passaggio, all'elegante chirurgia delle ruote, alla violenta danza dei ciclisti che, con infallibile cura, traballano sul pavé.

Il Fiandre non ha bisogno di presentazioni, si rinnova ogni anno, sempre con nuove forti entusiasmi. È una cerimonia sacra, e come tale ha l'onore e tutte le carte in regola per essere definita monumento.

Il resto del quadro fiammingo lo disegna Philippe Gilbert, che al secondo giro sul Kwaremont, si stacca da tutti e si porta in un vantaggio, oramai irrecuperabile dal gruppo di inseguitori. Con uno stile impareggiabile e la grinta da vero scalatore regala al suo paese un trofeo che sulla carta vedeva favoriti Sagan, Van Avermaet e Kristoff.

La gobba della sua schiena replica il dorso di quei muri leggendari che ancora una volta regalano emozioni lasciando, tra un sorso di birra in compagnia e un profondo respiro in aperta campagna, il sapore del mito che si ripete.

di Fabio Aronica

 

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