Cinque anni di vita

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Giocasse da centrocampista di rottura, o da centrale arcigno, o da mediano di contenimento, insomma in un uno di quei ruoli che avvicinano in qualche modo il mestiere del calciatore a quello del ciclista, sarebbe più semplice costruire iperboli ereditario-genetiche su di lui. Invece il nipote di Ercole Gualazzini – passistone degli anni ’70, storico gregario di Adorni e Gimondi, di De Vlaeminck e Saronni – è un attaccante, dunque per definizione un finalizzatore, per necessità un egoista: Alberto Cerri, centravanti del Cagliari, è chiamato in sostanza a fare il contrario di quello che faceva in bici il suo nonno materno, il quale, nonostante in carriera abbia vinto una quindicina di corse (tra cui quattro tappe al Giro, due al Tour e una alla Vuelta), è ricordato soprattutto per aver contribuito ai successi dei suoi più celebrati capitani. «In pianura pensavo a loro, come fargli risparmiare energie», ha detto Ercole in una recente intervista, «ma in salita pensavo a me, come arrivare al traguardo, possibilmente prima che togliessero lo striscione e smontassero il podio».

Ottantatré chilogrammi di peso-forma (suo nipote, un po’ più alto, si aggira attorno ai novanta), Gualazzini aveva due soprannomi. Il primo, l'Incredibile Hulk, discendeva dalla forza fisica («A dodici anni fui garzone di un falegname-scultore, poi garzone di muratore, una specie di montacarichi umano») e dall'indole famelica («Fu quando cominciai a vincere delle volate intermedie, e a guadagnarmi mortadelle e prosciutti, che ci presi gusto. Per il ciclismo, perché quello per i salumi ce l'avevo già.»)

Il secondo, il Sindacalista, era invece un riferimento al suo impegno a favore della sicurezza dei corridori in corsa e del giusto riconoscimento della fatica: «Volevo che fra compagni si dividesse tutto, fatiche di giorno e premi di sera, e mi arrabbiavo quando i compagni di squadra erano poco compagni e facevano i furbetti… Mi dicevano che erano morti, allora io tiravo anche per loro, poi loro si piazzavano e io arrivavo con delle mezzore di ritardo».

Forse è a causa di questa predisposizione per il lavoro oscuro e per le posizioni di retrovia (è arrivato ultimo al Giro d’Italia del 1974) che Gualazzini ha sempre vissuto con paraticolare trasporto le partite del nipote, lui che nascondersi e rimanere indietro invece proprio non può: Cerri deve fare gol ogni volta che può. Quando giocava nelle giovanili del Parma, suo nonno era sempre in tribuna, agitatissimo, a correre avanti e dietro come per accompagnare le azioni di Alberto. Adesso che Alberto è in serie A, Ercole, 75 anni, lo segue in tv, ma non sempre: troppa ansia.

Lunedì sera, dopo aver segnato al 96° il gol che l'ha sbloccato dopo venti partite di digiuno e che ha dato al Cagliari vittoria contro la Sampdoria e quarto posto in classifica, Alberto Cerri ha ricevuto migliaia di messaggi. Il più bello, non ha dubbi, quello di nonno Ercole: «Mi ha scritto ‘Mi hai ridato cinque anni di vita’».

 

 

 

 

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