A volume alto

La gente si è accalcata ai lati delle strade acciottolate tra Compiègne e Roubaix, in questa domenica di sole, per due ragioni. La prima è che con certe cose non si scherza. È come la scommessa di Pascal sull’esistenza di Dio: alla Roubaix succede sempre qualcosa, quindi alla Roubaix si va. La seconda, forse più importante, è che la gente di quelle parti ha delle convinzioni a cui non vuole assolutamente rinunciare e, in una domenica in cui il tepore aveva disseccato l’umido e il sole aveva aperto spazi di colore nel grigio altrimenti uniforme, l’unica convinzione rimasta alle persone accalcate a bordo strada si chiamava Boonen. Stava a metà strada tra la correttezza morale di una vittoria di Tom e il fatto che l’Idolo, nonostante l'età, potesse davvero vincere la sua quinta Roubaix. La gente del Nord era lì a barcamenarsi tra queste due convinzioni mentre i ciclisti cercavano il loro, di equilibrio, il filo di salvezza che scorre tra le sacre pietre e l’erba schiacciata.

I ciclisti vanno alla Roubaix perché gli tocca, quasi tutti; quelle sette ore di sofferenza, salti, forature, cadute e mani in fiamme le eviterebbero volentieri, anche se dicono il contrario. Ma quello è il loro mestiere. Ad esempio, Daniel Oss oggi doveva seguire Sagan. Non un piano preordinato, solo l’accortezza di seguire l'arcobaleno fino in fondo perché - dicono le fiabe - è lì che stanno le pentole piene d'oro. Quando parte Sagan, Oss gli va dietro: è il suo mestiere. Quando Sagan è costretto a fermarsi, Oss per un secondo non sa che fare, poi ricorda che il suo mestiere è pure improvvisazione e adattamento. Allora sfida il vento, e si ascolta. Ascolta il suono fossile nelle sue orecchie, quello lasciatogli dalle cuffie sul bus verso la partenza. Oss ama il volume alto, perché resta nel corpo più a lungo, e lo segue come seguirebbe l'apertura di un concerto degli Iron Maiden: "Running, scrambling, flying. Rolling, turning, diving, going in again. Run, live to fly, fly to live, do or die". Muore di fatica, ma spinge la corsa alla media più alta di sempre, un record che resisteva dal 1964, in una lunga rincorsa verso il decollo finale.

L'asso del volo di questa Roubaix è Greg Van Avermaet. Fino a un anno e mezzo fa era quello che perdeva sempre, poi ha deciso che ne aveva abbastanza. Arrivato a Roubaix, in pista quasi si ferma; per smascherare gli opportunisti, correndo il rischio di essere raggiunto e superato da quelli dietro, da un Moscon travolgente, ma con la intima certezza che no, oggi nessuno avrebbe potuto batterlo. La Roubaix, dicevano Desgrange e Goddet, è l'eccesso che permette l'identificazione, e Van Avermaet nel velodromo si identifica pienamente con il sé stesso campione. Vince la sua prima Monumento dominando la volata. Si chiama così perché è un’azione talmente veloce che sembra di staccarsi dal suolo e lasciarsi tutti alle spalle. Mentre Boonen rientra nell'hangar dopo 15 anni al servizio del ciclismo e della sua mitologia, Van Avermaet atterra tra le braccia sicure di Oss, che gli aveva aperto la strada, aveva scaldato per lui la pista quando era ancora pietre e non cemento.
Live to fly, fly to live.

 

 

 

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