Thor e Cadel. La normalità di essere giganti

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    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

C’è chi sceglie la corsa che l’ha consacrato e chi quella più vicina a casa. C’è chi opta per le grandi classiche e chi per il Giro o il Tour. E chi rende semplicemente omaggio alla sua corsa preferita, senza che magari l’abbia mai visto protagonista… Tra i tanti privilegi di cui godono i grandi campioni, uno è sicuramente la possibilità di scegliere quando dire basta, senza dipendere (come troppi colleghi) da una squadra che fallisce o da un mancato rinnovo di contratto.

Thor Hushovd non ha fatto nulla di tutto ciò: ha individuato come sua ultima corsa il GP Impanis — Van Petegem, corsa periferica del ciclismo belga che solo da pochi anni è tornata a disputarsi dopo una lunga pausa. Corsa intitolata a due grandi campioni, è vero, e forse qui sta un motivo. Forse invece è perchè lo sponsor è la stessa birra che scorre a fiumi di fianco a tutte le classiche fiamminghe. Più probabilmente un motivo non c’è: Thor Hushovd aveva quella giornata in programma come ultima del calendario 2014 e così è stato. Lo scorso 20 settembre è stata una giornata normalissima seppur straordinaria, l’ultima corsa di Thorone. Una scelta / non scelta che non stupisce affatto, se è vero che l’intera carriera di questo talento norvegese è stata improntata proprio alla normalità, la normalità di essere un gigante.

C’è chi sceglie la corsa che l’ha consacrato e chi quella più vicina a casa. C’è chi opta per le grandi classiche o rende semplicemente omaggio alla sua corsa preferita. Ma quando si diventa addirittura un’istituzione per il proprio sport, può capitare che la corsa dell’addio sia creata ex-novo per celebrare una carriera. Cadel Evans ha appeso la bici al chiodo lo scorso primo febbraio, agli albori della stagione, con la Cadel Evans Great Ocean Road Race. L’Australia nel ciclismo è il luogo della calda partenza annuale, lo stesso circuito World Tour inizia con il Tour Down Under, la piccola corsa a tappe che quest’anno è stata una festa itinerante per salutare questa bandiera del ciclismo australiano. L’ultima gara di una certa caratura, che Evans ha chiuso al terzo posto, sottolineando che “lasciare il ciclismo con un risultato di questo livello è un po’ più di quello che mi sarei aspettato”. Questo Tour Down Under l’ha vinto Rohan Dennis, nuovo recordman dell’ora ed esponente dell’ultima generazione australiana, corridore della nuova BMC, la squadra che nel 2015 non schiererà ne’ Evans ne’ Hushovd.

Prima che Thor scendesse tra i mortali, la Norvegia era un paese più che marginale nella storia del ciclismo: qualche discreto passista e poco più un’unica vittoria di tappa al Tour de France grazie a Otto Lauritzen, tre tappe al Giro un podio alla Liegi con Erik Pedersen. Se guardiamo alla Norvegia ciclistica oggi, vediamo invece un numero quintuplicato di vincitori di tappa, diversi protagonisti nelle classiche, una vittoria nella Sanremo e un manipolo di giovani più che promettenti… e quella che è probabilmente la tifoseria più calda e passionale del ciclismo, come chiunque sia mai stato a un mondiale puo’ testimoniare. Una tifoseria che (dopo Oslo ’93) nel 2017 tornerà a vedere i mondiali in casa, a Bergen. Sarebbe forse esagerato dire che tutto questo è avvenuto grazie alla carriera di Thor Hushovd, ma non si andrebbe troppo lontano dal vero. “Senza Hushovd probabilmente non sarei diventato un ciclista professionista”, disse Alexander Kristoff commentando i suoi successi dell’anno passato. Opinione rincarata da Sven Erik Bystrom, che dopo aver trionfato nel mondiale under 23 lo scorso settembre dichiarò che “il ciclismo norvegese sta crescendo anno dopo anno. Gran parte di questi risultati li dobbiamo a Hushovd. Thor è uno specchio nel quale guardarci, perché ha fatto tantissimo per il ciclismo del nostro paese”.

In Australia i giovani fanno quello che gli pare. Non lo dice mia nonna scandalizzata, ma la carriera dei ciclisti del down under, che vengono lasciati crescere e divertirsi in nome di un’assoluta multidisciplinarietà. Un credo quasi dogmatico per quel progetto strepitoso che è l’AIS (Australian Institute of Sport). E se gli aussie di oggi sembrano tutti figli della pista, una volta capitava anche che il passaggio avvenisse dalla mountain bike.Cadel Evans ha un nome da re gallese, e come per tutti i sovrani oggi basta il suo nome per indicarlo, semplicemente Cadel. E’ nato il 14 febbraio, un giorno ciclisticamente pesante: il giorno in cui è nato Gianni Bugno ed è morto Marco Pantani. Ben prima di diventare un sovrano, Cadel è con la MTB che muove le prime pedalate, e che pedalate! Tra juniores e under 23 vince un bronzo e due argenti mondiali, poi passa professionista e vince due coppe del mondo. Ma è evidente che il suo sarà quello di portare quella pedalata potente e storta sulle strade delle grandi montagne, e su strada raggiunge un podio mondiale già da junior, 3° nella crono di Duitama ’95. Anche tra gli under 23 andrà bene nella sua prima crono iridata, ottenendo un 9° posto. Quella gara la vinse Thor Hushovd, e la maglia iridata finì in Norvegia.

Prima di diventare il Dio del tuono, Thor Hushovd era un bambino come tutti gli altri. Un figlio del freddo, nato a metà gennaio a Grimstad, dove il Mare del Nord si trasforma piano piano nel Baltico, con quel vento freddo che pare averlo plasmato sin dai primi giorni di vita. Non è facile crescere in bicicletta in Norvegia, in una terra gelida che sembra fatta su misura per gli sport invernali. Era un saltatore con gli sci il padre di Thor, e saltatori e fondisti erano i suoi amici di infanzia, ma per lui la bici era stato amore a prima vista. Inizialmente dietro al fratello maggiore, in mountain bike tra i boschi, ma presto diventò evidente che fosse la strada il terreno su cui sfogare la potenza di un fisico che si faceva già statuario. Inizia a vincere già a 10 anni, prima le cronometro poi le corse in linea fino a diventare il dominatore assoluto tra gli juniores in una Norvegia che nel ’97 festeggia la prima maglia iridata tra gli under 23 con Kurt-Asle Arvesen. Giusto un anno prima dell’irruzione del Dio Thor, il cui debutto sulla scena internazionale è fragoroso come un tuono: nel ’98 non vince solo la cronometro iridata, ma pure le due grandi classiche di categoria per i passisti come lui: Paris-Roubaix e Paris-Tours. Per rivedere una doppietta simile bisognerà attendere fino al 2014 con Mike Teunissen. Con una presentazione del genere, le porte del professionismo le trova spalancate: e nel 2000 si trasferisce in Francia, per esordire in maglia Crédit Agricole. Un esordio lento che si scontra con un albero, quello su cui Thor va a sbattere al suo primo Tour de France, nel 2001, forse per chiudere definitvamente con un passato a pedalare sui sentieri, tra le foreste di Norvegia.

L’esordio di Cadel Evans tra i grandi passa quasi inosservato. Che abbia il talento dalla sua lo sanno pure i sassi su cui saltava in MTB, ma sulla strada se ne colgono solo sprazzi. Il talento è comunque sufficiente, in quei primi anni del secolo, per essere arruolato in quel laboratorio di futuro che fu la squadra sviluppo della Mapei. Evans ci arriva dopo un primo anno alla Saeco, ma è più vecchio dei compagni (e prossimi campioni) così viene immediatamente promosso nella squadra maggiore per esordire nelle corse a tappe: il suo primo Giro (2002) è una corsa a eliminazione in cui Cadel mostra tutto il carattere che lo renderà celebre. Mentre gli avversari scompaiono uno dopo l’altro, lui stringe i denti fino a trovarsi in maglia rosa a quattro tappe dal termine. Un po’ troppo per un esordiente, che nella tensione del giorno successivo tralascia l’alimentazione e sotto il diluvio sprofonda in crisi. Arriva a 17’, ma il mondo ora conosce il suo valore e assaggia quel particolare che piano piano gli si attaccherà addosso: Evans è il corridore che arriva vicino a vincere, ma non vince. Gli anni che seguono sono quelli della trasformazione: Cadel si rompe mille ossa e il suo volto viene scolpito da profonde rughe, corre in Germania e in Belgio, esordisce al Tour senza uscire mai dalla top ten. Prima che la sua storia torni ad essere quella delle mancanze: gli mancheranno 23” per battere Contador nel 2007, due mesi più tardi gli mancheranno 10” per salire sul podio della Vuelta. L’australiano non è mai stato un fenomeno delle gare in linea, ma il mondiale di Stoccarda gli piace e nel finale si fa trovare pronto: è lui il più attivo del gruppetto di cinque che va a giocarsi la vittoria, arriverà quinto. L’obiettivo comunque resta quel Tour sognato sin dall’infanzia, e nel luglio 2008 Evans arriva lì quasi a sfiorarla la maglia gialla. E lì ovviamente si ferma. L’australiano corre sempre da protagonista: dopo le prime montagne e la prima crono è già secondo, va in maglia gialla alla decima tappa prima di lasciarla per pochi secondi a Frank Schleck. Non sarebbe proccupante, se contro non avesse una squadra intera, la Saxo che sull’Alpe d’Huez spinge Sastre in testa alla classifica. A Cadel restano 50km di cronometro per recuperare 1’34” dallo spagnolo, un obiettivo più che abbordabile stante le differenze tra i due sul passo. C’è da dire come finisce? Carlos Sastre vince il Tour, Evans è secondo a un minuto di distacco. Una botta pazzesca che sembra stroncarlo definitivamente: va malissimo al Tour del 2009 ma prova a rifarsi alla Vuelta, anche per preparare un mondiale che si correrà sulle strade della sua adottiva Svizzera. In Spagna le sensazioni migliorano giorno dopo giorno, tanto che alle prime montagne si ritrova al comando. Cede la maglia a Valverde per gli abbuoni ma resta lì, pronto a giocarsi la corsa finchè la sorte non interviene di nuovo: nell’ascesa verso Sierra Nevada Evans fora nel momento peggiore. Ad assisterlo non trova la proprio ammiraglia ma solo il servizio neutrale che si rivela lentissimo. Il tempo scorre e il suo volto di Cadel, mentre attende di ripartire, non è più quello di chi reagisce ad ogni sconfitta ma quello di chi aspetta quel momento che non arriverà mai. Il contrattempo gli costa 1’33”, a Madrid chiuderà la Vuelta a 1’32” dal vincitore Valverde.

L’impatto di Thor Hushovd con il Tour de France, una volta rialzatosi da quell’albero, è degno di un gigante. Thor corre in Francia e sa che la sua corsa non potrà che essere quella, a ciò si adegua e la travolge. La prima tappa la vince subito, nel 2002, il bis lo fa nel 2004 vestito di quella maglia di campione nazionale che diventerà il suo indumento abituale. L’anno successivo si prende il lusso di salire sul podio della Sanremo ed entrare nei 10 alla Roubaix, prima di conquistare la sua prima -quasi inevitabile- maglia verde in Francia. Ma è nel 2006 che Thorone si issa sino ad altezze semidivine: dopo aver vinto la Gand-Wevelgem in primavera si presenta in forma smagliante alla Grande Boucle ed esordisce vincendo il prologo di Strasburgo. Il giorno successivo si lancia in volata con la maglia gialla sulle spalle e, cercando il sorpasso a 60 km/h lungo le transenne, urta una “manona” di cartone agitata da uno spettatore procurandosi un taglio di 5 cm: una misura ridicola per un gigante, che senza nemmeno rallentare prosegue il suo sprint e taglia il traguardo (9°, per la cronaca) con il sangue che dal braccio cola sulla maglia di leader. Correre con i punti nel braccio non è certo piacevole, ma Hushovd quel Tour lo vuol finire, e lo finisce come era iniziato: vincendo sull’ultimo traguardo, come sul primo. Sullo slancio va alla Vuelta e pure lì veste la maglia di leader e vince una tappa e la classifica a punti. La vittoria di tappa di Hushovd al Tour sembra diventa una regola: si ripeterà nel 2007 (vincendo prima anche al Giro, così da ottenere una tappa in tre grandi giri consecutivi), nel 2008 e nel 2009, quando riuscirà a strappare la maglia verde a Cavendish pur avendo ormai rinunciato a buttarsi nelle volate in virtù dei miglioramenti su traguardi più impegnativi. Progressi che negli anni fanno di Thor un protagonista assoluto nelle classiche. A fine 2008 la Crédit Agricole chiude, Hushovd si trasferisce alla neonata Cervélo e prima di quella splendida maglia verde al Tour viva una primavera da protagonista, con un podio alla Roubaix e un arrivo sontuoso alla Sanremo, quando il norvegese, lanciato dai compagni verso uno sprint da favorito si rialza per fare il “buco” ad un Haussler proiettato verso la gloria: ci vorrà il miglior Cavendish di sempre per sopravanzare, di pochi centimetri, i due compagni di squadra.

Difficile immaginare due luoghi così diversi nel mondo come la punta a sud della Svizzera e la costa meridionale dell’Australia, eppure la vita di Cadel Evans si srotola tra le strade che circondano questi due antipodi. Cadel l’australiano, che tra Melbourne e Geelong passa i suoi inverni, e Cadel l’europeo, trasferitosi da anni a Stabio, lingua svizzera tra Varese e Mendrisio. In una vita, sono raccolte le sedi di tre mondiali di ciclismo consecutivi: Varese 2008, Mendrisio 2009, Geelong 2010. Evans a Varese non ha combinato granchè, ma il percorso di Mendrisio è duro e si adatta a un duro: un duro come l’australiano per il quale l’ennesima sconfitta, quella Vuelta maledetta, è solo l’ennesimo stimolo a ripartire più forte. A Mendrisio fa caldissimo e le strade traboccano di pubblico ubriaco: a una decina di km dal traguardo parte l’idolo di casa Cancellara, Cadel è il primo a reagire, a contrattaccare, a involarsi da solo verso il traguardo. E questa volta è una storia diversa rispetto a tutte le altre, qui non ci sono sfighe o avversari indiavolati, c’è solo un “vecchio” corridore con le rughe che tutti bollavano come un piazzato e che di colpo si trova sul tetto del mondo. E’ inatteso ed emozionato, Evans, quando taglia il traguardo (prima australiano nella storia a vincere un mondiale) senza sapere come esultare e manda bacetti confuso al pubblico, quando sale sul podio e incespica non conoscendo il cerimoniale. Un campione del mondo nuovo nella sua antichità. E una vittoria che cambia letteralmente la vita di un corridore. Pochi giorni dopo il trionfo, Evans cambia squadra: va alla BMC per “monetizzare” (parole sue) la vittoria mondiale. Detta così pare terribile, invece l’australiano vive una stagione in maglia iridata di tutt’altro stampo. Si dice che quella maglia porti sfiga a chi la veste, ma per un corridore che con la sfiga convive da sempre è un problema incidentale, se non uno stimolo: Cadel va a mostrare la sua maglia alle classiche, e per la prima volta riesce a vincere, dominando l’arrivo sul Muro di Huy alla Freccia Vallone con la sua pedalata sbilenca e grintosa. Poi vuole onorare quei colori sia in Italia che in Francia, e qui sembra tornare alle vecchie abitudini. Al Giro è protagonista assoluto, vince la tappa “epica” nel fango di Montalcino e resta in alta classifica fino a che non lo sorprende una bronchite: corre il tappone decisivo con 38° di febbre e non può che abdicare, seppur lottando come sempre. Al Tour si trova addirittura in maglia gialla dopo le prime tappe importanti, poi si rome un gomito e addio ai sogni. Ma stiamo parlando sempre di un corridore che non molla mai, uno che non ha proprio la parola “ritiro” nel vocabolario, tanto che quel Tour lo finisce comunque e poi tira fino a fine stagione, quando ha l’occasione di salutare la sua maglia iridata nel mondiale di casa sua, dell’altra casa sua. A Geelong il percorso non fa certo per lui, eppure Cadel è tra i protagonisti della corsa: sempre all’attacco, sempre convinto, sempre fiero del campione che ora ha ammesso a se’ stesso di essere.

C’è un rettilineo, a Geelong, lungo Moorabool Street. Un rettilineo che nella sua prima parte tira dolcemente verso l’alto, ed è lì in alto che l’organizzazione del mondiale decide di piazzare il traguardo. Un rettilineo così, da potenza brutale, dove la pendenza si fa troppo dura per respingere i velocisti classici vengono inevitabilmente respinti, in quegli anni ha nel ciclismo un suo interprete perfetto, tanto che qualcuno questo tipo di strada lo chiama proprio “rettilineo Hushovd”. Al gigante norvegese quel traguardo non deve certo essere sfuggito, nel momento in cui si programma la propria stagione, ma la sua attenzione è ormai da qualche tempo su altre corse e così parte fortissimo già da primavera: alla Sanremo è 6°, alla Roubaix 2° e primo degli umani dopo un Cancellara stratosferico. Manca sempre qualcosa a Thor per agguantare quel risultato, lui lo sa e prova a intensificare ancora di più gli allenamenti, andando così forte che finisce per terra: a Maggio una stupida caduta gli costa la frattura della clavicola e una stagione che pare compromessa. Per riprendersi Hushovd va a correre il “suo” Tour come un’indemoniato: vuole recuperare i kilometri persi e lo fa mettendosi al vento più che può. E’ l’edizione in cui il Tour torna sul pavè della Roubaix, una sorta di rivincita della classica di primavera, dove Thor capisce che la gamba sta già tornando e sprinta imperiosamente a vincere la tappa davanti a Thomas e al campione del mondo Evans. Il mondiale però è un’altra storia, specie per un corridore di un paese “minore” del ciclismo, che si trova a correre praticamente senza una squadra. Thor sa che deve stare nascosto, che il vento in faccia questa volta non lo deve mai prendere, ma solo pazientare fino a quel rettilineo. E’ una scommessa, perchè starà ad altri ricucire sugli attacchi, starà proprio al vento l’ingrato ruolo di tarpare le ali all’attacco di Gilbert, sicchè quando una trentina di corridori arrivano ai piedi del rettilineo finale al norvegese basta scegliere il momento per partire. C’è un istante, intorno ai -50 metri dal traguardo, in cui Hushovd emerge prepotentemente sul lato sinistro: in quel momento Thor è da solo, tutti gli altri contendenti sono come respinti magneticamente nella metà opposta della sede stradale. Quella è l’onda d’urto della martellata del Dio del Tuono, non vi è immagine migliore per definire questo corridore che per la prima volta nella storia porta la Norvegia sul tetto del mondo. Si dice che la maglia iridata porti sfiga a chi la veste, ma questo vale per gli uomini, non per le divinità. E il campione del mondo Hushovd quel rettilineo infinito lo trasforma in una rampa di lancio per proiettarsi in una delle stagioni più belle della sua carriera. Non riesce ancora, non riuscirà mai, a vincere quella classica monumento da sempre sognata, però dopo una Sanremo sempre tra i primi lungo la strada verso Roubaix ingaggia un duello psicologico con Cancellara da ciclismo d’altri tempi. E mentre l’iridato lo stuzzica e lo svizzero si innervosisce, Hushovd lascia che sia un compagno di squadra stimato come Van Summeren a prendere il largo e a portare a casa una vittoria da dividere in due. Ma il capolavoro lo compie sul suo terreno di caccia preferito: al Tour de France il Thor arcobaleno viene accolto con una delirante presentazione in cui agita un martello da conquistatore barbaro mentre i compagni di squadra si inchinano alla sua potenza. Hushovd ci prende gusto e passa la prima settimana in maglia gialla, poi si rimette la maglia iridata e decide di farla vedere a tutto il mondo, lanciandosi nelle fughe da lontano e portandone due alla vittoria di tappa. La più incredibile è la prima, perchè di fatto a Lourdes Hushovd vince il tappone pirenaico, e lo fa attaccando dal mattino, lanciandosi in discesa, arrivando tutto solo, splendido ed enorme. La seconda è la più significativa, a Gap Thor sprinta dopo una fuga sul connazionale Boasson Hagen: quel Tour partecipano infatti due norvegesi, e in due vincono quattro delle 21 tappe in programma. E’ più di un passaggio di testimone, l’ultimo capolavoro del vecchio vichingo.

Cadel Evans il Tour 2011 lo corre da vedette assoluta. Sin dai primi giorni corre in testa, tanto che già alla quarta tappa alza le braccia al cielo. Sa che prendere la maglia costerebbe fatica ulteriore, così lascia che sia prima Hushovd a conquistarla grazie agli sprint, poi dà il via libera alla fuga che porta in giallo Voeckler (e sul filo spinato Hoogerland), ma nel frattempo corre sempre davanti, così da evitare l’ecatombe di cadute che elimina un ingente numero di protagonisti sui Pirenei. Arrivati alle Alpi, il Team Leopard prova a far saltare il banco con un’azione strepitosa per A.Schleck (un altro ritirato di fine 2014): è lì che il Cadel ritrovato fa il suo capolavoro. L’australiano si ricorda di quell’ascesa all’Alpe d’Huez nel 2008, di quel Tour perso per giochi di squadra altrui, così butta giù un dente e se ne frega se gli altri gli daranno una mano o no. Evans fa una specie di cronometro lungo tutto il Lautaret e su fino in cima al Galibier, fino al traguardo dove gli resta quel minuto che tiene in vita le sue speranze. E’ una difesa fatta con tutto il cuore più che con le gambe, una difesa arcigna che gli permette di salvare la baracca, sopravvivere alla fiammeggiante tappa dell’Alpe d’Huez il giorno successivo e presentarsi alla crono di Grenoble con tutte le sue carte da giocare. Evans fa una corsa perfetta e vince il Tour con 1’34”, esattamente il distacco che avrebbe dovuto recuperare da Sastre in quel finale maledetto del Tour 2008: sono passati solo 3 anni ma sembra sia passata una vita, la nuova vita di questo fenomeno d’Australia, ancora una volta il primo del suo paese ad ottenere un titolo così importante. C’è un’immagine di quell’ultima tappa che sintetizza tutto l’uomo-Evans: Cadel corre a Parigi con la maglia gialla addosso e il resto della divisa della squadra, non ha pantaloncini personalizzati e una bici gialla gli verrà data solo per il giro d’onore. Non c’è spettacolarizzazione in questa vittoria, ma soltanto l’umanità della lunga rincorsa di quest’uomo caparbio. Che sul podio di Parigi può sentire, finalmente, la sua carriera completa, e vincente.

Al termine del 2011 Thor Hushovd passa alla BMC, una squadra dall’anomalia iridata, visto che con il vichingo ci sono i campioni del mondo del 2008 (Ballan) e del 2009 (Evans, ovviamente). L’anno successivo arriverà Gilbert e vincerà il mondiale anche lui. Ma una volta dismessa la maglia iridata, Hushovd sembra allontanarsi dal ciclismo che conta: salta quasi del tutto una stagione per mononucleosi, si trasferisce a Montecarlo dove sembra godere più delle auto di lusso che delle splendide bici che gli vengono fornite, scontentando anche i suoi stessi sostenitori che lo apprezzano sicuramente come profeta della bicicletta, ciclista-gatto da sette e più vite. Nel 2013 torna ad alzare le braccia, ma sempre su traguardi minori. L’ultima volta è ad ottobre nella prima tappa del Tour of Beijing, ma è probabilmente la penultima quella che Thor ricorderà meglio: la prima edizione dell’Artic Tour of Norway, dominata con due tappe vinte. La sua ultima stagione è più che anonima, come il suo ritiro “minore”. Hushovd dice di non trovare più le motivazioni per andare avanti, quelle che lo hanno spinto piano piano nell’Olimpo di questo sport e della sua gelida terra: appende la bicicletta al chiodo e guarda in camera con i suoi occhi di ghiaccio invitando tutti al mondiale di Bergen 2017. I mondiali tornano in Norvegia e Thor, l’iridato di Norvegia, come un salmone decide di tornare a casa.

Il Tour del 2012 per Evans è grigio, è come se una volta chiuso quel cerchio vincente che la sua carriera reclamava, il suo fisico si fosse accorto dell’età raggiunta. Cadel fatica a star dietro ai fenomeni della generazione successiva, così prova a ripiegare sul Giro e ottiene un insperato podio nel 2013 e un’ottavo posto (11a top ten in carriera in una corsa a tappe) lo scorso anno, in età quasi pensionabile. Nel frattempo la vita di Evans è cambiata anche fuori dal ciclismo, con l’adozione di Robel, il bambino etiope che darà al campione australiano quell’inedita voglia di tornare a casa. Cadel se ne accorge al Giro del 2014, nel gelo della discesa innevata dello Stelvio: se arriva la paura di farsi male, se non c’è più la possibilità di vincere, allora non è necessario esserci. Per la prima volta in carriera, Evans capisce che è il momento di arrendersi, e di tornare a casa. A un certo punto, nell’ultimo decennio, il ciclismo si è riempito di piccoli fenomeni australiani: il risultato del lungo e pregevole lavoro dell’Australian Institute of Sport. Tralasciando le star degli anni ’20 (Hubert Opperman e il fenomenale pistard Reggie McNamara), il ciclismo aussie fino a un certo momento sembrava una nicchia di onesti gregari (tipo Stephen Hodge) o di pazzi giramondo (come Phil Anderson). Per portarlo tra i grandissimi, è servita una generazione di esploratori che gli aprisse la strada: sono serviti Vogels e McEwen nelle volate, O’Grady nelle classiche e poi, soprattutto, è servito Cadel Evans, il primo australiano a vincere il mondiale e il Tour, il primo a diventare istituzione e ambasciatore del ciclismo e di una terra intera, sin dall’altra parte del mondo. Per questo l’addio di Cadel al ciclismo è stata una celebrazione continua, una settimana di folla che l’ha osannato su tutte le strade. Per questo, prima di rispettare finalmente la promessa di portare suo figlio a pescare, Cadel ha voluto passare dalle strade di casa.

Se fosse una strada, sarebbe un rettilineo”, scriveva Gianni Mura parlando di Alfredo Martini. Thor Hushovd e Cadel Evans sono stati due corridori molto distanti, figli di due storie troppo vicine. Se fossero strade, sarebbero rettilinei anche loro: Thor sarebbe un rettilineo d’arrivo in leggera pendenza, Cadel sarebbe un drittone infinito in salita, controvento, su un passo alpino. Due rettilinei che hanno attraversato un decennio di un ciclismo e che ora lo lasciano un po’ più vuoto, ma con una storia un po’ più ricca. Due rettilinei che conducono a casa, lassù, dove abitano i giganti.

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