Ne me quitte pas

Festeggiamo la nascita del Tour de France 2018 pubblicando la prefazione di "Dicevano che si sarebbe alzato il vento", il nostro libro sul Tour 2017, scritta da Alessandra Giardini. Per sapere cosa contiene il libro - e dove trovarlo - cliccate qui.

 

Siete già stati qui. Qui dove gli eroi sembrano tratti da un romanzo. Qui dove si racconta di Élie Gesbert, nato nella luce mai uguale di Saint-Brieuc, fra il porto di Paimpol e il faro di Cap Fréhel.

Di Laurent Pichon, bretone anche lui, venuto su fra le strade arrotolate di Quimper. Di Guillaume van Keirsbulck, di Roeselare, nelle Fiandre occidentali, che corre per far dimenticare il giorno in cui suo nonno Benoni Beheyt decise di tradire la patria diventando campione del mondo al posto del suo capitano. Di Perrig Quemeneur, chissà perché gli eroi sono tutti bretoni e il Tour invece porta sempre a Parigi. Di Julien Vermote, Lars Bak e Olivier Le Gac, uniti per sempre dalla stessa fuga.

Siamo già stati qui. Qui dove si racconta di un Tour finito precisamente come tutti sapevamo che sarebbe finito, con il sempre più pallido Chris Froome in maglia gialla, e - direte voi - non c'era mica bisogno di fare tremilacinquecentoquaranta chilometri per scoprirlo. Invece no. Perché il Tour non lo guardi per vedere come va a finire. No, non funziona così. Al Tour ti metti lì e ti lasci attraversare da tutto quanto. Dai girasoli e dai rondò, dai passaggi a livello e dalle microfratture, da tutti quei pois e dai picnic sull'erba.

Siete già stati qui? Dicevano che si sarebbe alzato il vento. Abbiamo ascoltato un disco dei Kraftwerk su una strada di Dusseldorf tormentata dalla pioggia. Ci hanno raccontato di una gamba spezzata in tre parti e tenuta insieme da una placca di titanio. Bambine che volteggiano negli hula-hoop. Vestiti di Calvin Klein e versi di Apollinaire.

Corridori che dipingono, altri che portano le vacche a pascolare. E uno, quello che corre con la gamba spezzata, che pensa che il ciclismo sia «levitare in equilibrio su due ruote». E poi le ruote intese come quelle che fanno i bambini volteggiando a testa in giù sui prati. L'erica e le querce. I crampi e le pipe. I watt no, pochissimi watt. Niente auricolari, niente radioline, niente rulli dopo una tappa di duecento chilometri, niente tabelle, neanche quelle.

E invece antichi orologi, preziose clessidre, polvere da sparo. Caterina de' Medici e Nostradamus. Coraggio e fedeltà. Eremiti e tatuaggi, pecore e mistral. Un film di Miyazaki e una canzone di Jacques Brel, com'era quella ti piaceva tanto?, ne me quitte pas, non lasciarmi.

 

 

Alessandra Giardini è una giornalista del Corriere dello Sport - Stadio. Con Giorgio Burreddu ha scritto "Maledetti Sudamericani" (Ultra, 2013), "Vedrai che uno arriverà" e "Vuoto a vincere" (Absolutely Free, 2014 e 2015). Nella sua carriera si è occupata di ciclismo, tennis, pallanuoto, calcio, pallavolo, Formula Uno, ma soprattutto di persone. Sostiene infatti che siano le persone a rendere interessante lo sport, e che «lo sport racconta storie quasi troppo belle per essere vere».

 

 

 

 

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