In silenzio, con stile

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    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

Kevin Pauwels è sempre stato una di quelle persone a cui l'imbarazzo tira brutti scherzi, annoda la lingua e contorce i sorrisi di circostanza in smorfie impersonali. Eppure si è sempre detto un amante dello "swag", lo stile mutuato dall'hip hop tutto abiti pacchiani e atteggiamenti da spaccone; ciò che Pauwels non è davvero mai stato, ad eccezione di un bizzarro video rap passato qualche anno fa in tv. Non vi è immagine che lo ritragga in festeggiamenti esagerati, nemmeno dopo vittorie che segnano carriere come le sue due Coppe del Mondo. Non esiste intervista in cui si sia azzardato a dire una parola in più del necessario. L'inviato Karl Vannewerke lo ricorda sempre come vittima di un blocco: "Il suo sguardo è gelido, ma nel profondo brucia immensamente".

Un imbarazzo che lo accompagna sin da junior, quando non riusciva a spiccicare parola e le interviste doveva rilasciarle sua nonna. Più di 15 anni dopo, se lo porta con sé anche nel momento del ritiro. Settimane fa, all'incontro con il suo fan club, convocato per annunciare l'addio, Kevin ha mandato suo padre. Per timidezza, o perchè la decisione era stata repentina, frutto di un confronto tra sé e sé: "le corse sono divertenti quando vai veloce, non quando vai in giro come sto facendo in questa stagione", aveve confessato senza quei giri di parole che non gli sono mai appartenuti.

Le parole sono importanti per Pauwels, talmente importanti da schiacciarlo, ricacciarlo nel suo bruciore interiore. Un fuoco di passione e sofferenza, divampato in quel pomeriggio del 2004 a Erpe-Mere, quando nel primo giro di gara suo fratello Tim era ruzzolato per terra senza rialzarsi mai più, vittima di un aneurisma letale. Kevin non ha mai pensato di fermarsi, ne' allora ne' negli anni successivi, passati all'inseguimento di fenomeni che cambiano nome ed età, ma tali restano, riducendo Pauwels a un emblema dei passaggi di consegne falliti. Si è difeso nell'epoca di Nys, Albert e Štybar, e quando si apprestava al proprio turno si è trovato in mezzo tra Van der Poel e Van Aert, due che hanno saturato tutto lo spazio possibile, anche quello per la speranza. Tanto che Pauwels ha finito per fare ciò che gli è sempre stato più naturale: è tornato a sedersi in penombra.

Per le luci ha atteso Oostmalle, il pomeriggio che segna sempre il finale di stagione. Le telecamere arrivano per immortalare l'incombenza della primavera, gli inviati si liberano finalmente dei berretti di lana e i corridori più stagionati salutano. A Oostmalle finisce sempre la stagione, talvolta finiscono anche le carriere. Quella di Pauwels si è conclusa con una vittoria solitaria. Premiato in coriandoli, formaggio, echi di applausi e ringraziamenti. Lui avrebbe voluto sorridere, rispondere a tutti, ma non sarebbe stato Kevin Pauwels. La sua smorfia si è bloccata, la salivazione azzerata, e con voce monocorde ha sottolineato soltanto di aver “concluso con stile”. Senza bisogno di parole, nemmeno questa volta.

 

 

 

 

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