Bottecchia, da ottavo a primo

Nato ottavo, arrivato primo, scomparso nel mistero. La vita di Ottavio Bottecchia è un romanzo di riscatto che diventa un giallo, ma è soprattutto la storia del primo campionissimo italiano capace di trionfare all'estero, e di obbligare i suiveur del Tour de France a un inedito sforzo di pronuncia.

Nibalì, Pantanì, Gimondì, Nencinì, Coppì, Bartalì. Gli italiani che hanno vinto il Tour de France, in Francia li pronunciano tutti così, con l'accento sulla ultima lettera. Perché loro, i francesi, non storpiano i nomi stranieri: li adattano alla loro fonia. Ma il primo italiano di cui in Francia dovettero imparare ad adattare il nome fu Ottavio Bottecchia, da allora Botescià. Già nel 1923, quando partì come gregario e si classificò secondo nella generale, aveva dato dimostrazione di saperci fare soprattutto in montagna. Poi nel 1924 e nel 1925 la consacrazione della maglia gialla, primo italiano a salire su un podio del Tour, primo italiano a vincere un Tour de France, primo italiano a vincere due edizioni consecutive di cui la prima in maglia gialla dalla prima all'ultima tappa. Nel ciclismo italiano, solo Fausto Coppi e Gino Bartali hanno eguagliato Bottecchia nel numero dei Tour vinti, per il resto i suoi record a livello nazionale sono ancora imbattuti.

Era un ciclismo eroico, tappe da 300-400 chilometri, minimo dodici ore di corsa su strade inesistenti. Biciclette senza cambi che pesavano 11 chili, rifornimenti alle fontane, camere d'aria cambiate smontando il copertoncino con i denti. Cose impensabili al giorno d'oggi, dove materiali, wattaggi e radioline tendono a confinare il ciclismo dentro il mondo dei freddi numeri e delle tattiche. Non che a quel tempo ci fosse molto spazio per la fantasia anzi, non c'era il tempo per perdersi in altro che non fosse sacrificio e lavoro per tirare avanti in una vita fatta di miseria e di poco per vivere alla giornata, giorno dopo giorno. Non c'erano neanche il tempo e la fantasia per pensare il nome ad un figlio neonato. Tanto che quel 1 agosto del 1894, l'ottavo ed ultimo della famiglia Bottecchia da San Martino di Colle Umberto, padre mugnaio e mamma contadina, nasce Ottavio, semplicemente.

Ottavio è molto legato a suo fratello Giovanni ed entrambi sembrano quelli con la voglia di voler guadagnare di più per provare a cambiare il destino della propria vita. Ma prima di far progetti devono fare i conti con la Grande Guerra, che chiama i due fratelli alle armi: le loro abilità in bicicletta li porteranno presto nei bersaglieri ciclisti. Il carattere del caporal Bottecchia gli permette di fuggire per ben tre occasioni dopo essere stato catturato dagli austriaci, finchè non riesce a togliersi quel chiodo fisso di catturarne uno. Un carattere forte e una voglia di costruirsi un futuro diverso che si incontrano nel momento in cui Ottavio comincia a montare sul cavallo d'acciaio per provare a fare i schei. "Andare in bicicletta è sempre meno faticoso che lavorare", ripeterà spesso. Così inizia a distinguersi in diverse gare tra Vittorio Veneto e Pordenone a tal punto che il suo compaesano Teodoro Carnielli riesce a tesserarlo per l'U.S. Pordenonese e a convincere Luigi Ganna a concedergli una bicicletta e dei soldi con cui può partecipare alla Milano-Sanremo e successivamente al Giro d'Italia. Alla Classicissima termina ottavo, come sta scritto nel suo destino, ma è il primo a transitare sul Turchino. Al Giro si presenta tra gli isolati, quelli che dovevano arrangiarsi autonomamente a coprire le spese, oltre che i 3000 km del percorso, senza squadra e senza alcun tipo di assistenza. Si classifica quinto, primo tra gli isolati. In entrambi i rientri a casa non tradisce la sua natura umile, riservata e generosa: viaggia in terza classe per risparmiare i soldi, conserva il mazzo di fiori per la moglie e l'ultimo rifornimento per la famiglia.

Siamo ancora nel 1923. Ottavio partecipa al suo primo Tour de France, questa volta con la squadra francese Automoto-Hutchinson, in veste di gregario con compiti di supporto al suo capitano. Ma ben presto, quando la strada comincia a salire il suo naso aquilino taglia l'aria e il suo fisico di ferro si fa sempre più protagonista: termina secondo, ed il suo nome inizia a farsi conoscere non solo in Francia. Botescià ritorna in Italia e non si immagina quello che lo sta aspettando. Ad ogni stazione c'è una folla di gente che lo aspetta e lo acclama ad eroe nazionale, a rappresentante dell'orgoglio nazionale: la Gazzetta dello Sport indice una sottoscrizione, si dice indotta dal Duce, per raccogliere fondi da destinare al nuovo campione, che successivamente viene iscritto ai fasci di combattimento. Nell'autunno del 1923 Bottecchia si trasferisce definitivamente a Pordenone e, grazie ai soldi ricevuti dal Tour e dalla Gazzetta, costruisce la sua casa in via Maniago. Il suo sogno di vivere meglio lo ha già raggiunto. Vince due Tour, partecipa a diverse manifestazioni dove incrementa i suoi guadagni, si toglie lo sfizio di acquistare una limousine OM 200 con tanto di autista... e con il suo amico Teodoro Carnielli nel 1926 dà vita all'industria Biciclette Bottecchia.

La fama del corridore è ancora in auge ma la sua voglia di montare il cavallo d'acciaio inizia a venire meno, soprattutto dopo la perdita prematura della primogenita e dell'amato fratello Giovanni, tanto che durante la Bordeaux-Parigi improvvisamente si ferma e scoppia in una crisi di pianto seduto in cima a un paracarro, pensando agli affari suoi. La famiglia gli sta accanto, lo sostiene nella ricerca della tenacia delle sue origini, e Bottecchia si rimette in sella per prepararsi al Giro d'Italia del 1928 a cui purtroppo però non parteciperà mai. Da qui in poi il mito di Ottavio Bottecchia oltre al merito delle sue imprese sportive si intreccia al mistero.

Venerdì 3 giugno 1927, Ottavio Bottecchia esce per un allenamento. Il percorso è quello di sempre, ma questa volta non trova compagni che abbiano voglia di pedalare con lui. Nemmeno il suo fidato amico Alfonso Piccinin. Bottecchia non ama allenarsi da solo, ma beve controvoglia il suo zabaione e parte per l'ultima volta. Da qui in poi si sanno solo tre cose certe. Che è stato trovato sanguinante e riverso in una strada di Peonis a causa di una frattura alla base del cranio, una frattura alla clavicola ed escoriazioni al viso ed ai gomiti. Che la sua bicicletta non è mai stata ritrovata. Che Ottavio Bottecchia muore il 15 giugno, all'ospedale di Gemona del Friuli.

Ci furono varie ipotesi, varie versioni sulle cause della morte. Per primo ci fu quel contadino che, in punto di morte, disse di aver colpito con un bastone Bottecchia, senza averlo riconosciuto (!), perchè stava rubando dal suo campo dei grappoli d'uva. Particolare alquanto strano quest'ultimo, visto che era giugno, tanto che in seguito questa versione venne modificata trasformando l'uva in ciliegie. In punto di morte era anche l'altro testimone eccellente, il gangster italo-americano che si autoaccusò dell'omicidio, commissionatogli dal racket delle scommesse perché il ciclista si era ostinato a vincere una gara che, come gli era stato comunicato, andava persa. Poi venne la volta del parroco di Peonis, che confermò un raid punitivo dei fascisti ai danni di quel corridore di famiglia socialista che non aveva mai sposato le ideologie del partito a cui (pare) fosse stato obbligato a tesserarsi anni prima. Ad aggiungersi ci sono le teorie del malore dovuto ad uno stato di salute precario del ciclista causato dalla forte perdita di peso dei suoi ultimi mesi, che qualcuno attribuisce addirittura alla malaria. Oppure dovuto ad un birra fredda bevuta poco prima ad un rinfresco o ad un semplice colpo di calore. Ma non mancano tesi come la banale perdita di equilibrio nello sganciarsi i puntapiedi o l'improbabile ingaggio di un sicario arrivato direttamente dalla Francia, dove non erano gradite eventuali nuove vittorie di un corridore italiano al Tour. Infine, immancabile, la pista passionale: l'amante della moglie. Sbrigativamente venne da subito adottata la supposizione del malore che permise anche alla vedova di incassare il ricco premio dell'assicurazione sulla vita. Certo è che un malore non provoca una caduta che sfocia in fratture alla base cranica, frattura alla clavicola con escoriazioni alle braccia. Considerando che la strada che stava percorrendo era in leggera salita e che la bicicletta, prima che scomparisse, era stata conservata dai familiari in quanto non presentava alcun segno di graffi o ammaccature.

Il giorno dei funerali non erano presenti i gerarchi fascisti, non erano presenti né i suoi compagni né i suoi rivali di gara, solo i familiari e la gente che rimpiangeva quell'eroe popolare. Con gli anni le imprese di Bottecchia hanno finito per essere oscurate da quelle dei campioni dell'epoca d'oro del ciclismo italiano, che hanno conquistato quasi la totalità della memoria. Eppure le sue gesta non hanno mai perso di valore, tanto da riaffacciarsi periodicamente nel racconto del ciclismo dei pionieri: dalla striscia a fumetti "Un italiano al Tour", con cui Il Giornalino ripercorse i successi di Bottecchia nel 1964, sino al recente lavoro di Claudio Gregori "Il corno di Orlando", pubblicato pochi mesi fa da 66thand2nd. Bottecchia è stato il primo grande eroe sportivo italiano, primo in tutto anche nel non avere un cognome che non terminasse con la i, tanto da obbligare i francesi a esplorare una nuova pronuncia. Chissà come sarà il prossimo, in fondo quest'estate Arù lo si è sentito soltanto due giorni...

 

 

A cura di Riccardo Zavagno.

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