[Paris - Roubaix 2019] L'orizzonte degli eventi

La Parigi-Roubaix è un progressivo avvicinamento a qualcosa di inesorabile, un precipitarsi affannoso verso una pista dove il tempo si ferma e tutto prima o poi viene inghiottito. È un fenomeno le cui cause non vanno ricercate nel dominio della ragione ma in quello della necessità, tra le prerogative della materia e delle leggi che essa sottende. I ciclisti alla Roubaix si muovono come attratti da una forza misteriosa, come particelle orbitanti attorno a un buco nero: quello che si osserva dall'esterno è la corsa, lo scintillare delle biciclette che si sfregano, una specie di spirale brillante e colorata; quello di cui conosciamo poco o nulla è invece l'essenza di ciò che sta al culmine, al centro di tutto.
 
Il motore della Regina delle classiche è l'attrazione esercitata dal velodromo di Roubaix, o dal campo da rugby al centro del velodromo di Roubaix, dalla salvezza e della gloria promesse da quel prato. Sono loro due a deformare lo spaziotempo in questa parte di universo, a suggerire ai corridori che passare un pomeriggio a riempirsi i polmoni di polvere e la faccia di terra non sia necessariamente un proposito balzano. 

All'uscita del settore 15 di pavé, quello da Tilloy a Sars-et-Rosières, i massaggiatori allungano le mani al cielo, sventolano borracce e barrette all'indirizzo di gregari e capitani. Un rifonimento volante, si potrebbe dire: sono pochi i chilometri di asfalto prima del settore successivo. Eppure è in questi chilometri che si valica la linea invisibile che segna la Roubaix 2019. Si tratta di quella che Dirk Demol, vincitore dell'edizione 1988, ha definito come barriera della distanza, il limite che segna la separazione tra ottimi corridori e campioni, e che tratteggia il destino della corsa. È il punto di non ritorno, l'orizzonte degli eventi della Parigi-Roubaix. Una frontiera impossibile da individuare ad occhio nudo, tanto che il primo a valicarla, Nils Politt, non ne è nemmeno troppo consapevole: lo fa sgranocchiando un muesli. Philippe Gilbert è dietro di lui. Yves Lampaert, che tira il gruppo alle sue spalle, vorrebbe interrogarlo. "Philippe, che stai facendo?" gli chiederebbe se le onde sonore non venissero respinte dall'invisibile barriera e dall'incalzare della corsa. 

Su Gilbert e Politt arriva Selig – per poco – poi Sagan, Lampaert, Van Aert e Vanmarcke. È l'azione decisiva, la manifestazione del limite non più valicabile: chi sta avanti se la gioca, chi è rimasto dietro può solo recriminare. Ecco l'orizzonte degli eventi. Certo, resta ancora molto da scoprire. Perché siamo riusciti a vedere i margini di un buco nero ma non ancora l'elenco completo dei guai tecnici che possono colpire Vanmarcke nella fase decisiva di una corsa, né abbiamo fotografato i limiti della determinazione di Van Aert e della generosità di Sagan. Abbiamo in compenso osservato la nascita di un potenziale astro.

All'ingresso nel Velodromo c'è Nils Politt che muove il capo verso sinistra con frequenza crescente. Il suo è un riflesso automatico, forse un tic nervoso, più probabilmente il tentativo disperato di interferire con lo sguardo sull'andamento della realtà. Come se bastasse un'occhiata in più a deviare l'orbita di Gilbert. Sono rimasti in due. Gilbert ha scelto la traiettoria più interna della pista, laddove il richiamo verso il centro è maggiore, la forza di gravità incontenibile anche per uno che pesa meno di 70 chili. Lancia la volata nel momento giusto, nel punto giusto. La vince senza esitazioni. Uno dei più leggeri vincitori della Roubaix del secolo solleva il trofeo più pesante del ciclismo, dodici chili di porfido che appartengono alla strada e alla storia, alla fatica e al gioco, al mistero del fascino di una competizione che non comprenderemo mai veramente del tutto.

Nessuno sa per davvero quale sia il senso della Parigi-Roubaix, così come nessuno sa cosa accade alla materia una volta entrata in un buco nero: lì dentro le leggi della fisica come le conosciamo non hanno più alcun valore, spazio e tempo rimbalzano e si invertono i ruoli. Alcuni studiosi ritengono che alcuni buchi neri siano portali verso universi paralleli al nostro. Philippe Gilbert riemerge sul palco di Roubaix in una dimensione differente, un passo più vicino alla leggenda. "Nella vita hai bisogno di sfide entusiasmanti", dice a fine corsa. "E io questa dovevo vincerla oggi". Il Velodromo è il disco di accrescimento di una carriera in cui è riuscito a trasformare la volontà in necessità, le sue gambe in propulsori cosmici puntati verso spazi inesplorati.
[LP - RS - FC]

 

 

 

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