La favola del Tendicollo

Il 6 giugno 1959 Coppi partecipa al Gran premio Progresso a Lione, primo in coppia con Terruzzi. Intanto al Giro di Svizzera, dal 12 al 18 giugno, Bahamontes e Ranucci corrono con la Condor. L'Aquila di Toledo è in forma: ha appena vinto la Antequera-Cabra-Antequera in due tappe. Il 13 giugno, invece, Coppi è a Forlì per provare il percorso del Trofeo Tendicollo Universal, una crono sul circuito da Forlì a Forlì attraversando Carpena, bivio Meldola, Forlimpopoli, Ronco e Carpena. Sulla sua origine, Baldini è una fonte certa: «La corsa nasce così. Afro Gavelli, un mio amico, mi chiede se Anquetil sia invincibile, gli rispondo di no, nessuno è invincibile, neppure Achille lo era, figurarsi Anquetil, ma Anquetil è battibile solo a patto di trovare un percorso piatto, pianeggiante, liscio, con lunghi rettilinei e meno curve possibile. Gavelli mi accontenta e nel 1958 inventa una corsa lunga novanta chilometri e mezzo, diritta come un'autostrada».

Si gareggia il 14 giugno: undici partiti, dieci arrivati (Arnaldo Pambianco si ritira), primo Baldini, «l'Elettrotreno di Forlì» promosso a «Direttissimo» o addirittura «Espresso»: 1h57'25", media 46,246. Volando. Un anno prima lo stesso Baldini ha impiegato un minuto e mezzo di più. Secondo Anquetil a un minuto, quinto Coppi a 2'57". E Coppi, a Negri, dice: «Ammetterete che nessuno aveva pensato a me come a un protagonista. In fondo non ho sfigurato. Se guardo alle mie spalle trovo più di un avversario». E se guarda davanti, ha un pubblico straordinario. In mezzo, piccolo d'età e statura, un bambino.

I suoi fratelli, con le rispettive comitive, in bicicletta, si portano sulle strade di quel lungo circuito. Lui, piccolo, piccolissimo, accoglie con entusiasmo e sollievo le parole del babbo: «Giarganen, ci znì, ma han poss non fét avdé Coppi» (Giarganen, sei piccino, ma non posso non farti vedere Coppi).
È così che il babbo se lo sistema fra le gambe, in piedi sul «pianerottolo» della Lambretta verde e lo porta alla corsa. Lui ricorda la marea umana, le strade di asfalto e brecciolino, il caldo da liquefazione. Ricorda cavalli con il calesse e carri agricoli trainati da mucche, al bordo delle strade, come tribune speciali o osservatori privilegiati. Ricorda che il babbo, con la sua Lambretta, arriva fino a un luogo zeppo di gente, assiepata dietro staccionate bianche e rosse, e dove, in lontananza, in alto, si vede uno striscione rosso: il traguardo. Il babbo mette la Lambretta sul cavalletto vicino a un negozio. Sulla vetrina, incollato, un grande manifesto con le foto di tre corridori. Due il bambino li riconosce al volo: Baldini e Coppi. Il terzo no: è il babbo a rivelargli Anquetil.

Babbo e figlio arrivano proprio quando una voce – il piccolo la definisce «il tuono che parla» – annuncia il passaggio di Rivière. Impossibile da vedere, con quella muraglia umana. Poi «il tuono che parla» annuncia il passaggio di Ernesto Bono, ma fra il piccolo e il corridore c'è sempre la muraglia. Finché il babbo trova una scala di ferro, e a una vecchietta sorridente e tremolante chiede il permesso di prenderla. La vecchietta accentua il sorriso: «Tulì pù, bon oman, a voi neca mè che e babì e véga Coppi e Baldini!» (prenda pure, buonuomo, voglio anch'io che il bambino veda Coppi e Baldini!). Scala, albero, un posto d'onore insperato e ideale. Da lì, seduti, si godono il passaggio proprio di Anquetil. Sudato fradicio. «Ma babbo,» esclama il piccolo «quello piscia dalla faccia». Finché non giunge il momento più atteso: l'arrivo di Coppi. La gente, ricorda ancora il piccolo ormai diventato grande, impazzisce, urla, piange di gioia. Lui ne rimane stupito, stupefatto, strabiliato.

La corsa finisce. Vince Baldini. Ma è la giornata di Coppi. E il piccolo lo capisce quando, appena smonta dalla bici, gli mettono una maglia rosa su quella bianca, con tanti fotografi armati di mastodontiche macchine fotografiche, puntate come se fossero i fucili di un plotone di esecuzione. «Babbo, ma perché sono tutti per Coppi, quando "il tuono che parla" ha detto che ha vinto Baldini?». Il babbo sorride: «Ricorda questo giorno e quando sarai grande lo capirai». Maurizio Ricci – quel bambino, poi diventato giornalista – ha capito.

 

Oggi Fausto Coppi avrebbe cento anni e un giorno, se non fosse scomparso pochi mesi dopo aver festeggiato i quaranta. La sua ultima stagione e l'eredità di quel Coppi che per una rara volta fu ultimo sono al centro del nuovo libro di Marco Pastonesi, "Coppi ultimo", uscito il 12 settembre per 66thand2nd. Quello che avete appena letto è un piccolo estratto, che vale come un ricordo di Coppi, un augurio di buon compleanno e soprattutto un grazie.

 

 

La foto di copertina, che ritrae un Coppi più giovane negli anni d'oro della Bianchi, è tratta dall'inserto fotografico del libro (Akg Images/T News Images).

 

 

 

 

 

 

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