Spingi me sennò bestemmio

Marco Pastonesi non ha bisogno di presentazioni. Ha scritto alcuni tra i nostri libri preferiti, ha firmato grandi articoli nella sua lunga permanenza alla Gazzetta e negli ultimi anni da battitore libero.

Nel frattempo ha persino trovato il tempo per collaborare con noi alla prefazione di "Quel leggero vagabondare - Storie e visioni dal Tour de France 2015" e soprattutto in diversi racconti de "il Centogiro - 99 storie (più una) dal Giro d'Italia".

In questo inizio d'estate è uscito con due libri contemporaneamente: uno è "La quinta tappa" (insieme a Vincenzo Nibali), di cui vi parleremo presto, l'altro si chiama "Spingi me sennò bestemmio", è pubblicato da Ediciclo Editore e riguarda quei ciclisti che Marco Pastonesi conosce meglio di chiunque altro, gli ultimi.

Poichè la passione per le "classifiche al contrario" è qualcosa ci accomuna da sempre, gli abbiamo chiesto di presentarcelo in esclusiva.
 

Sono di parte. Sto dalla parte degli ultimi, perfino se solo quel giorno l'ultimo si chiama Eddy Merckx il Cannibale. Sto dalla parte di quelli lenti e spenti, di quelli seminati e dimenticati, di quelli persi e dispersi, di quelli che non vedono mai la testa della corsa e che ovviamente non vincono mai, di quelli che ma-chi-glielo-fa-fare e ma-pensa-te, di quei rivoluzionari che lottano contro il tempo massimo o di quei riformisti che confidano nell'allungamento del tempo massimo, di quelli che arrivano in fondo anche se proprio precisamente in fondo all'ordine d'arrivo o alla classifica generale. Sto dalla parte di chi pedala con le proprie gambe e con le proprie forze, anche se le forze sono in forse, e soprattutto quando sono comunque poche.

L'ultimo è il più debole, fragile, vulnerabile. L'ultimo è il più animale, vegetale, minerale. L'ultimo è il più generoso, solidale, umano. L'ultimo è il più colpito dalle punture delle vespe e dagli scontri con le moto, il più ostacolato dai passaggi a livello e dai greggi di pecore, il più bersagliato dai chiodi e dalle puntine. L'ultimo è il martire della malasorte e la vittima della sfortuna. L'ultimo è il più testone a tirare avanti e a spingere sempre. L'ultimo è il più genuino, autentico, vero. Smesso di lottare per gli altri, fra gli altri e con gli altri, comincia a farlo con sé e contro di sé. E da quel momento la sua corsa diventa autoesame e autocoscienza, autocertificazione e autostima, e “auto da fé”, cioè atto di fede.

Spesso l'ultimo è anche il più onesto. E molto spesso l'ultimo, per puro e malinconico paradosso, è anche il primo: il primo a cedere e a mollare, il primo a staccarsi e a distaccarsi, il primo a entrare in crisi e a prendere una cotta, il primo a ritirarsi e ad abbandonare, il primo a salire sull'ammiraglia o sul camion-scopa, il primo a sollevare il numero dorsale dalla schiena, il primo a rifare le valigie e tornare a casa. Spesso è anche il più simpatico, e non solo nel ciclismo. La squadra tunisina di pentathlon moderno alle Olimpiade di Roma nel 1960, per esempio, ne combinò di incredibili. Prima con uno dei suoi atleti che, nel nuoto, stava affogando. Poi con un altro che, nel tiro con la pistola, sfiorò i giudici. Infine nella scherma: l'allenatore fingeva di ruotare tutti gli atleti sulla pedana, ma a combattere era uno solo, l'unico a saper usare il fioretto, sperando di farla franca nascosto dalla maschera. Ma fu scoperto.

Se questa presentazione non vi bastasse per convincervi che si tratta del libro ideale da portare sotto l'ombrellone (o sull'Alpe d'Huez, a seconda della meta prescelta per le vacanze), ecco che Marco Pastonesi ha voluto anche anticiparvi un estratto del libro.
 

Augusto Marcaletti e l'intervista in TV

"Ricordati che la solitudine tiene compagnia" (Tonino Guerra, "Frasi sui totem", Associazione culturale Tonino Guerra)

E' l'unico corridore che nella storia sia arrivato ultimo al Giro d'Italia (nel 1961) e al Tour de France (nel 1962). L'impresa che in cima alla classifica ha accomunato Bartali e Coppi, Gimondi e Nibali, Bottecchia e Merckx, Contador e Quintana, in fondo alla classifica ha dato ad Augusto Marcaletti il tesoro dell'eccezione, l'orgoglio del primato, il privilegio dell'unicità. In fondo, che cos'è l'ultimo posto se non il primo da un diverso punto di vista? Infatti. Giro d'Italia 1961. Primo, Arnaldo Pambianco. Novantaduesimo, e ultimo: Augusto Marcaletti, a tre ore, trentasei minuti e quaranta secondi dal Gabanì di Bertinoro. A una media di 35,934 all'ora, più o meno centotrenta chilometri di distacco. E Tour de France 1962. Primo, Jacques Anquetil. Novantaquattresimo, e ultimo: Augusto Marcaletti, a quattro ore, ventinove minuti e ventotto secondi dal normanno. A una media di 37,31 chilometri all'ora, più o meno centosettanta chilometri di distacco.

Marcaletti è di Ternate, nell'Alto Varesotto: "Terra di confine. E terra di corridori, da Alfredo Binda in poi. Forse anche terra di commercialisti, ma a me non piaceva, e alla seconda commerciale smisi di studiare, la verità è che fino ad allora avevo studiato poco, e allora cominciai a lavorare, nella tessitura. Intanto circolava la voce che in bici andassi forte. La mia prima bici era di seconda mano, messa insieme, un pezzo da qua e un pezzo da là, e con quella non riuscivo mai a finire una corsa". Gli sponsor di allora erano i compaesani. "I compaesani se ne intendevano, capivano che con quel cancello non sarei andato da nessuna parte, allora si organizzarono, fecero una colletta e mi comprarono una Legnano – la bici di Binda – su misura. Mi iscrissi alla Società ciclistica Binda, da autodidatta, e a 18 anni, finalmente, ricominciai a correre. Prima da riserva, e ottenni qualche piazzamento, poi da titolare, e conquistai qualche vittoria. La prima, però, in una corsa non ufficiale: un 'trimagg'. E con le vittorie arrivarono anche i premi in soldi. E i premi in soldi convinsero i miei genitori a lasciarmi a casa per allenarmi".

Anche i procuratori di allora erano i compaesani. "Uno di loro lavorava alla Ignis e per l'ultima corsa del calendario 1960, a Somma Lombardo, convocò un osservatore. Vinsi per distacco. Io non lo sapevo di essere osservato, altrimenti, chissà, forse non avrei neanche vinto. Fui ingaggiato alla Fides, che era una sottomarca della Ignis e la seconda squadra ciclistica: ottantamila lire al mese per dieci mesi, perché si era pagati solo quando si correva".

Il Giro d'Italia 1961 fu quello del centenario d'Italia, disegnato nel segno di Garibaldi: "La partenza a Torino, poi in traghetto la Sardegna, per la prima volta nella storia del Giro, poi in traghetto la Sicilia, Marsala, Milazzo, e poi su, Teano, quindi Appennino e Alpi. Il capitano era Arnaldo Pambianco: tranquillo. I compagni erano Idrio Bui, scalatore toscano dal carattere allegro, Nino Assirelli, il più giovane e il meno forte dei due fratelli, braccio destro di Pambianco, Rino Benedetti, velocista toscano dal carattere scorbutico, Pierino Baffi, un tutt'uno, capace di gestire l'intero gruppo, Valdemaro Bartolozzi, il maestro, perché sapeva tutto, il povero Oreste Magni, che morì giovane… Io aiutavo tutti, molto in pianura, niente in montagna, in salita ero quello che ero, per me l'importante era arrivare entro il tempo massimo. Da passista tiravo, inseguivo, coprivo. Mi fermavo a riempire le borracce, alle fontane chi sotto e chi sopra, e una volta, ma al Tour de France, ci misi 20 chilometri per rientrare, l'acqua era diventata calda da fare schifo, e da allora non mi fermai più, oppure entravo nei bar e mi servivo da solo, e una volta, in Sicilia, in una bettolina, al buio, quando uscii il padrone mi bloccò, dovetti dargli una spintarella per farmi largo, e per fortuna che la bici era ancora lì. Sullo Stelvio morivo dal freddo: agli altri avevano dato tutto, per me rimase solo un paio di guanti, arrivai trequarti d'ora dopo il primo, un pezzo di ghiaccio. Alla fine, primo Pambianco, ultimo io. Adriano Dezan ci invitò sul palco della tv per un'intervista: incuriosito da questa coincidenza, ci disse di prepararci una risposta. La trovai: Pambianco controlla i primi, davanti, io controllo gli ultimi, dietro".

Tre anni da professionista: "Tre squadre: Fides, Moschettieri, che era pur sempre la seconda squadra della Ignis, e Cynar. Due vittorie, nel 1961: la prima, in una tappa del Giro del Portogallo, in fuga con due portoghesi, che non tiravano un metro, e per quarantacinque secondi non vinsi la classifica finale, e la seconda, la domenica dopo, in una prova del Trofeo Cougnet, l'arrivo in salita, mi dissi 'ci provo', scattai e vinsi. Pochi ritiri: una volta al Giro di Catalogna, per insolazione, e un'altra alla Parigi-Nizza, per freddo, meno male che forai subito e così non mi gelai". All'ultimo posto non ci teneva, ma neanche gli dispiaceva: "Quando volevo fare bene, succedeva sempre qualcosa ai miei compagni. Una volta, in Svizzera, all'arrivo c'erano i miei genitori e la mia fidanzata, ma Giuseppe Fezzardi, compagno prima alla Binda e poi alla Cynar, era caduto, piangeva, allora lo spinsi un po' sì e un po' no, e arrivammo, ma dopo quarantacinque minuti. E una volta, in Francia, c'erano i miei genitori, ma non la mia fidanzata, e in discesa un altro dei miei compagni era volato fuori, allora lo aspettai e insieme andammo al traguardo, e arrivammo, ma dopo altri quarantacinque minuti".

Marcaletti, alla sua stupenda età, va ancora a spasso in bici. "Rossa", declama. "Ma da donna", sussurra.

 

"Spingi me sennò bestemmio - Storie di ultimi: maglie nere, lanterne rosse e fanalini di coda" è disponibile in (quasi) tutte le librerie, o ancora più direttamente a questo indirizzo.

Buona lettura.

 

 

 

Categoria: