Avere trent'anni

 

Quando ho compiuto trent’anni, ho capito che stava cambiando tutto nella mia vita.

Non ho pianto, ma per me è stata la fine dell’infanzia. Ai tempi dei miei primi Tour de France si andava al villaggio di partenza ad ascoltare le barzellette venti minuti prima della partenza. Oggi in quello stesso momento facciamo riunioni per capire come entrare in una rotatoria o sapere qual è la direzione del vento. Non c’è più niente di divertente.

So che tre quarti della mia carriera sono adesso alle spalle. Mi trovo in un momento in cui non ho più voglia di parlare di obiettivi e di risultati. Voglio semplicemente arrivare al 100% alla partenza del prossimo Giro d'Italia. L’obiettivo in questa stagione è ritrovare il piacere e la fiducia in una grande corsa, ma da questo momento in poi, quando sarò il capitano, non voglio che ci sia un gruppo dedicato completamente a me. Non voglio più deludere la mia squadra.

Ritirarmi? A quello ci penso spesso. Da sempre, o almeno da quando ho 18 anni. A volte gira tutto storto e mi chiedo: ma quando uscirò da tutto questo? Vorrei soltanto che le cose svoltassero. Ho sempre detto che quando sentirò di non essere più in grado di vincere delle corse, allora mi fermerò. Ma quel momento non è arrivato.

Sinceramente non so come facciano allenatori e direttori sportivi a sopportarmi ancora. Se fossi un manager, non lo vorrei in squadra un corridore come me. Lo venderei subito, anzi lo darei via gratis. Sì, credo di essere un caso a parte.

 

Questa mattina L'Equipe apriva con una imperdibile intervista di cinque pagine a Thibaut Pinot. 
Foto in copertina: F. Mons/L'Équipe.

 

 

 

 

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