Qualcuno con cui correre: Svein Tuft

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Un giorno Svein Tuft abbandonò il liceo, si comprò una mountain bike da 40 dollari e partì in direzione Alaska. Nel rimorchio che si era costruito c'erano un'ascia, una coperta e il suo cane - ma non sempre. Bear, un incrocio tra un pastore tedesco e un rottweiler, pesava 37 chili e amava allontanarsi all'inseguimento di alci; tornava il più delle volte bagnato, in qualche occasione sporco di sangue. Una sera - era la fine di maggio, il centro abitato più vicino a 300 km – Bear prese a ringhiare forte: un lupo dello Yukon, ferito e affamato, stava per attaccarli. Tuft allora impugnò il bastone da hockey che aveva recuperato qualche giorno prima a bordo strada e affrontò la belva, mettendola in fuga.

Un'altra volta Tuft e un suo amico si stavano arrampicando su una parete di granito nei pressi di Yak Peak, Columbia Britannica. Era agosto e in cielo non c'era una nuvola, tuttavia all'inizio dell'ultimo tratto cominciò a diluviare. Mentre si affrettavano nella discesa, le loro corde si impigliarono: dovettero proseguire senza, lentissimi. La ritirata si concluse alle 4 del mattino, dopo quasi 24 ore in sospeso. Sull'orlo dell'ipotermia, baciarono la terra sotto i loro piedi.

Prima ancora che la bicicletta, Tuft adora la montagna. Suo padre era un tagliaboschi; suo nonno aveva gareggiato per la Norvegia alle Olimpiadi invernali del '36, 6° nella 50 km di sci nordico. Quando - dopo mesi di avventure estreme nell'entroterra canadese - Svein scoprì la bici da strada, realizzò di poterci pedalare per ore senza fatica. Nel 2002 passò professionista con la Prime Alliance. Jonathan Vaughters ricorda così il suo approdo nel ciclismo: "Aveva la barba lunga e puzzava parecchio".

La stagione 2018, con la maglia della Mitchelton, è la 17a in gruppo per Tuft, 41 anni a maggio. Nel frattempo ha vinto 12 titoli canadesi (2 su strada e 10 a cronometro) e un argento mondiale (nel 2008 a Varese, a crono, nonostante una foratura); ha vestito una maglia rosa (nel 2014) e si è guadagnato svariati soprannomi. L'ultimo è Grizzly, gliel'ha dato Esteban Chaves quando ha appreso dell'abitudine del suo compagno di squadra di farsi una passeggiata di mezz'ora scalzo, nei boschi, prima di ogni tappa - o comunque tutte le volte che l'albergo non si trovi in una zona industriale.

Nessuno l'ha mai sentito lamentarsi per il cattivo tempo o per le troppe ore in testa al gruppo. Si dice orgoglioso di aver rifiutato ogni forma di doping, e considera il Tour de France una specie di esercizio mentale, come il jujitsu d'altra parte, un'altra delle sue passioni. Sul braccio destro si è tatuato una frase che gli ricordi di cogliere l'unicità di ogni momento: "We will never be here again". Sarebbe un titolo perfetto per il libro di avventure che scriverà una volta chiuso con la bici, se non fosse che Svein Tuft ha già un'idea migliore per la sua autobiografia. «Penso s'intitolerà: "Come ca**o ho fatto ad arrivare fin qui?!"».

 

 

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