Raymond Poulidor (1936-2019)

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

In una delle ultime interviste, durante lo scorso Tour de France, Raymond Poulidor ha raccontato di ricevere talmente tanti inviti che ci sarebbero voluti cinque o sei Poulidor per accontentare tutti. Compleanni di nonni, battesimi, matrimoni. Aveva 83 anni ed era un ex-corridore da ormai più di quattro decenni, ma i francesi lo consideravano ancora e a tutti gli effetti un simbolo, un mito vivente, l’incarnazione stessa del Tour e – con esso – della parte migliore del Paese.

Molti degli oltre duecento corridori che hanno vestito la maglia di leader del Tour sono stati dimenticati, ma Poulidor – che la maglia gialla non l’ha indossata mai – no. E a lui tutto questo piaceva: era orgoglioso che il suo volto fosse entrato nella storia del ciclismo e il suo cognome nel linguaggio comune dei francesi, e ripeteva che avrebbe smesso di girare e firmare autografi solo quando sarebbe morto.

Pochi mesi prima dell’intervista – ha aggiunto – aveva avuto modo di incontrare in una stazione di servizio uno dei suoi fan più anziani, un uomo che ogni anno gli spediva la stessa lettera: «Diceva di chiamarsi Raymond, come me. Di essere nato nel ’36, come me. Di aver corso in bicicletta, come me. Ma di essere, lui, il vero “secondo”. Nel senso che il suo cognome era proprio Second, si chiamava Raymond Second».

Raymond Poulidor secondo – non di nome, di fatto – lo è stato tante volte in carriera. In realtà, nemmeno poi tanto. L’Eterno secondo ha vinto 189 corse in tutto, tra cui una Milano-Sanremo e una Vuelta a España. Centinaia di piazzamenti, otto podi al Tour. Poulidor, a conti fatti, non è stato un perdente. Ha perso, certo, ma è mai diventato la parodia dello sconfitto. Ha avuto sfortuna, ma non si è evoluto nell’icona buffa dello iellato.

L’ironia di cui ha ammantato il suo fermarsi a un passo dal trionfo: «Se avessi vinto anche solo un Tour non si sarebbe parlato così a lungo di me»; la naturalezza con cui ha accolto il suo destino: «Ho ricevuto così tanto affetto nella mia carriera che a un certo punto ho pensato che vincere non servisse a nulla». La caparbietà che l’ha consacrato più popolare (meglio, “poupoulaire”) tra i campioni francesi, con cui ha sfidato avversari puntualmente migliori, Anquetil su tutti, del quale una volta ha detto che sarebbe stato egli stesso tifoso, se non avesse avuto l’ingombro di esserne il nemico principale.

Poulidor sarebbe stato dalla parte di Anquetil nella rivalità tra Poulidor ed Anquetil, semplicemente perché «Anquetil era più bello da vedere in bicicletta», ecco, tutto questo ha reso Raymond Poulidor indimenticabile, più longevo della sua età e delle suo quattro autobiografie ufficiali, vivissimo nell’eredità genetica (Mathieu van der Poel è suo nipote) e in quella gustosa degli aneddoti, uno per tutti la telefonata che lo stesso Anquetil gli fece sul letto di morte, annunciandogli con solenne sarcasmo che ancora una volta – dopo molti anni, oggi – gli sarebbe toccato giungere al traguardo dopo di lui.

 

 

 

 

 

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