Mi ritourni in mente - Djamolidine Abdoujaparov (IV)

  • Di:
      >>  
     

    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

Tashkent non doveva essere un posto divertentissimo nel febbraio del 1964, quando vide nascere un tizio tutto spigoli e consonanti che avrebbe portato il nome della sua città natale in tutto il mondo. L'allegro soprannome "il Terrore di Tashkent", Djamolidine Abdoujaparov se l’era guadagnato volata dopo volata, affrontando gli sprint come nessun altro. Cresciuto a patate e socialismo reale, Abdu si trasformava in corpo magnetico alla vista del traguardo, attratto verso l'orizzonte da raggiungere al punto da spaventare gli avversari. Il terrore che incuteva Abdoujaparov non era la sconfitta, bensì la caduta, il dolore fisico, quello che lui sembrava non soffrire. Volate fatte di sbandate, gomiti larghi e passaggi a filo, troppo a filo, delle transenne. Qualcuno sosteneva che Abdu le volate le facesse con gli occhi chiusi.

Gli capitava di cadere, certo, ma di fratturarsi quasi mai: il suo corpo era una geografia di sbucciature e lividi. E sapeva come trattarli: una volta in Grecia in seguito ad una caduta si immerse nell'Egeo e si lavò con l'acqua salmastra, poi si fece degli impacchi di miele. Medici e compagni rimasero sconvolti, lui il giorno dopo ripartì.

Al Tour del 1991 Abdoujaparov arrivò sugli Champs-Élysées da favorito, solo che quella volta l’attrazione magnetica non fu esercitata dallo striscione d’arrivo ma da una transenna laterale coperta di pubblicità. Lanciato a testa bassa, quasi a centro strada, Abdu si spostò senza alcun motivo sul lato destro, come se il piano orizzontale della strada parigina fosse stato inclinato tutto d'un tratto, agitato come uno di quei labirinti di legno in cui non si deve far cadere la pallina nei buchi. Prese la transenna in pieno e decollò in mondovisione. Vinse ugualmente la maglia verde, ma la premiazione fu officiata in ospedale. L'ultima tappa, nel '96, se la aggiudicò in montagna. Poi una squalifica anti-doping che si dice fosse stata addirittura cercata, come via d'uscita rapida dal mondo del ciclismo. Uscita di scena in ogni caso misteriosa, come misteriosa è stata la sua vita successiva.

Si diceva che corresse le gare amatoriali sul Garda, che fosse in bancarotta, che vendesse pneumatici. Si diceva di tutto, ma a detta sua, quando lo si incrocia ancora oggi alle corse, capelli corvini e guance finalmente paffute, semplicemente si gode la vita. Pesca, prende il sole e alleva i suoi piccioni, talvolta li iscrive anche a delle gare, la più famosa è una dalla Spagna al Belgio. Ha provato anche ad avviare un team per promuovere la pace nel mondo ma, confessa, "sono uno della vecchia scuola, che oggi non piace più. Ma io non voglio cambiare, credo che la vecchia scuola sia migliore".

Categoria: