Mi ritourni in mente - David Millar (VI)

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Dov'era David Millar durante Le Grand Départ del Tour del 2014? Se lo chiede un video del canale YouTube “David Millar Project”, il documentario che registra l'ultimo anno da professionista del ciclista scozzese, ma probabilmente se lo chiedeva anche Millar stesso, dopo che la Garmin aveva deciso di non includerlo nella lista dei partecipanti. Nel video c'è Millar che si aggira elegante nelle strade vuote della città quando viene riconosciuto da uno steward: “David, avrei voluto che ci fossi anche tu in gara” - “Anche io. Ma la vita va avanti”. Anche il video va avanti, insieme al sorriso triste di Millar che si ferma a un gift shop per comprare delle cartoline, come un qualsiasi turista straniero in visita nello Yorkshire.

Millar un po’ straniero lo è sempre stato. È straniero oggi nella sua casa nei pressi di Girona, dove dirige il Velo Club Rocacorba e la sua azienda di abbigliamento ciclistico e dove si occupa del suo giardino. Ma era straniero anche a 15 anni, quando iniziò ad andare in bicicletta per i parchi di Hong Kong, e pure a 19 anni, quando si trasferì alla Cofidis per concretizzare la sua ambizione, straniero a tal punto che che i britannici dimenticando che fosse scozzese iniziarono a chiamarlo Millàr, con l'accento transalpino. Millar era uno straniero il 23 giugno 2004, quando degli agenti della polizia francese in borghese lo arrestarono in un ristorante Biarritz per l'uso reiterato di sostanze dopanti che Millar aveva fatto negli anni precedenti.

Tuttavia David Millar è britannico fino al midollo. Lo è nel suo humour avvolgente, solo un uomo d'oltremanica potrebbe celebrare il titolo di campione nazionale così: “Ho avuto sempre poche opportunità per ricordare alle persone che sono britannico, questo è un bel modo per restare in contatto”. O augurare la buonanotte al compagno di stanza Thomas Dekker sussurrando dolcemente “Good night, Darling”. Ma Millar è britannico soprattutto nella sua resilienza, nella capacità di affrontare con dignità le asprezze della vita. Perché il ciclismo sa essere maestro crudele e integerrimo, Millar per capirlo è dovuto prima morire sportivamente, per colpe sue, nel 2004 e poi rinascere, per merito suo, nel 2006.

Il ciclismo non è nemmeno giusto: a volte ti premia, come nel 2012 ad Annonay-Davézieux: braccia al cielo e vittoria di tappa al Tour; altre volte, come nel 2008 al Giro d'Italia, dopo 185 km di fuga ti fa saltare la catena senza preavviso, e l'unica cosa che rimane da fare è lanciare la bici oltre le transenne. Ma grazie al ciclismo Millar ha imparato anche “il valore della pazienza”, che non è attesa passiva ma impossibilità di lasciarsi andare anche quando sembra facile e giusto farlo. Un po' come con il giardino della casa di Girona, che Millar cura con pazienza e dedizione, ma basta un colpo di sole inaspettato e inaridisce, una pioggia più intensa e marcisce. “È abbastanza triste, ma è stupendo”.

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