Mi ritourni in mente - Iban Mayo (III)

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Per alcuni anni è circolata la voce che Iban Mayo fosse diventato un camionista. Dopo il suo ritiro non si era saputo più nulla di lui, e l’immagine dell’ex-scalatore al volante di un tir ben aderiva all’indole schiva del protagonista. Mayo d’altra parte non ha mai avuto interesse a diradare l’alone d’indecifrabilità che lo circonda. Dice che va bene che le persone non lo riconoscano più; non perché rinneghi il suo passato, ma perché la sua vita è andata avanti. Non guida un camion, è titolare di un’azienda di installazioni elettriche vicino Bilbao. Nel tempo libero va in palestra e gioca a padel tennis. La bicicletta - una mountain bike – ce l’ha ancora, ma in un angolo.

Eppure il suo talento sui pedali gli aveva cambiato una vita da studente tutt'altro che modello. Iniziò per caso: una squadra di Igorre regalava un panino a tutti i ragazzi che avessero terminato un giro in bici intorno alla città. Mayo scoprì di andar forte ovunque, ma decise di voler eccellere in salita. Gli piacevano Chiappucci e Delgado, aveva un debole per i corridori che attaccavano e poi saltavano, venivano ripresi e ci provavano ancora. Si trasformò in uno scalatore unico: Daniel Coyle lo descrisse "un affilato mix di bellezza e arroganza, che sembrava vivere in un sogno a metà, galleggiare leggermente sopra il mondo”. Per una manciata di stagioni è stato il nome più evocativo del gruppo, e l’eroe di un popolo. Il 17 luglio 2004 c’erano migliaia di baschi sui Pirenei: Mayo aveva vinto il Delfinato con il record di ascesa del Ventoux, sembrava la stagione buona anche per il Tour. Ma quel giorno, esattamente come uno dei suoi idoli, saltò. Prese 38 minuti da Armstrong e Basso, all’arrivo disse di non riuscire a deglutire, ma anche che aveva appena 26 anni e molte altre occasioni davanti.

Ne avrebbe avute poche. La sua carriera dopo il 2004 è stata una collezione di fallimenti; la positività all’EPO il punto di non ritorno. La parabola fragile di Iban Mayo ha attirato paragoni con Pantani e Jiménez, ma lui non ha mai pensato di finire allo stesso modo. Gli piace questa seconda possibilità, la vita è lunga e ci sono tante cose da gustare, anche senza bici. Certo se potesse tornare indietro cambierebbe alcune cose, non mischierebbe il suo privato alla "follia" del ciclismo, del suo individualismo e dei suoi sacrifici.

È contento che certe cose però non le potrà cambiare nessuno. Come il tornante numero 20 dell’Alpe d’Huez, per esempio, che porta il suo nome dal 13 luglio 2003. Quel giorno Armstrong (“il mio miglior motivatore”) lo stuzzicava di continuo: “Questo è tutto? Non riesci ad andare più forte di così?”. Mayo partì a 7 km dalla vetta e diede 2 minuti a tutti. “Non sono più tornato sull’Alpe. Mi piacerebbe, ma dovrei allenarmi un bel po’, sono cambiate molte cose da allora. Qualche volta mi guardo indietro e mi sorprendo del fatto che in questa stessa vita io sia stato un ciclista”.

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