Mi ritourni in mente - David Moncoutié (V)

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Ogni anno, prima o dopo il Tour, David Moncoutié prepara uno zaino e parte per una vacanza in bicicletta con gli amici. Lo scorso maggio ha pedalato da Valence, Delfinato, a Valencia, Spagna, perché anche se adesso segue il ciclismo avendo tra le mani un microfono più che un manubrio, al senso di evasione della bici non riesce proprio a rinunciare. L’ha sempre considerata così: un mezzo per partire alla scoperta di orizzonti sconosciuti. Recuperava palloni a centrocampo, prima di innamorarsi della bici. Era l’estate del 1985, aveva dieci anni e i colombiani davano spettacolo sulle salite del Tour. Sua madre insisteva a dirgli di uscire, luglio non è fatto per stare davanti alla tv. David rispondeva che erano le tappe di montagna, e non avrebbe rinunciato per nessun motivo alle imprese di Herrera e Parra. Poco tempo dopo cominciò a pedalare, e trovò tutto quello che gli interessava. Andava in bici per il puro piacere della libertà. Certo vinceva, ma non gli importava granché; nel tema della maturità scrisse di non avere nessuna voglia di andare in bici per mestiere. In autunno si iscrisse all’università di Tolosa, ingegneria civile, ma durò poco: a marzo tornò in bici, gli mancava l’ossigeno. Quando firmò il suo primo contratto con la Cofidis gli chiesero che ambizioni avesse, e lui disse che voleva essere felice. Essere felice e correre almeno una volta il Tour. L’ha corso 10 volte, due vittorie di tappa, la seconda nel 2005, ultimo francese a vincere il 14 luglio. A un certo punto il Tour non l’ha divertito più, troppe pressioni, allora si è esaltato alla Vuelta: miglior scalatore per quattro edizioni consecutive e un numero indefinito di attacchi da lontano. In molti sostengono che avrebbe potuto vincere molto di più, se solo si fosse adeguato alla perversa scientificità dei suoi anni. Moncoutié risponde che piuttosto avrebbe fatto il gregario, ma non avrebbe mai rinunciato alla libertà di rispettare il proprio corpo. Si allenava sulle sensazioni, senza computer, mai troppo a lungo. Una volta rifiutò un aumento d’ingaggio perché non si riteneva in grado di ripagare le aspettative. Non ha mai imparato a infilarsi l’impermeabile senza scendere di bicicletta, e odiava le discese. Di indole solitaria, in gruppo rimaneva costantemente nelle ultime posizioni, perché non aveva troppa voglia di sgomitare e perché la sua collocazione ideale è sempre stata la fuga. Nel 2012 ha salutato il Tour con un attacco al km 0 e un ritiro tra le lacrime, non per la caduta - in discesa - ma per la nostalgia. Alcuni suoi ex-compagni sono certi che senza il doping (degli altri) avrebbe vinto almeno un Tour, ma Moncoutié, l’ultimo della sua classe elementare a credere a Babbo Natale, non ha mai ceduto alla tentazione di accusare gli altri. Gli basta aver realizzato il suo obiettivo, nonostante tutto: “Quello che mi è sempre interessato è stare in sella alla mia bici e pedalare. È così che sono felice”.
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