[Strade Bianche 2021] Essere Michael Gogl

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Se avesse avuto il tempo di guardarsi attorno e fermarsi a ponderare i nomi e il cursus honorum dei sei che insieme a lui si apprestavano a giocarsi la vittoria di una delle corse più spaventosamente competitive degli ultimi anni, Michael Gogl avrebbe scorto in ordine sparso: il campione del mondo in carica di ciclismo su strada; il campione del mondo in carica di ciclocross; il vincitore dell’ultimo Tour de France; il vincitore dell’ultima Milano-Sanremo; il vincitore del penultimo Tour de France; il debuttante più impressionante di questo scorcio si stagione.

Lui - l'outsider, il cavallo nero, l’underdog - stava in mezzo a tutti loro con apparente nonchalance, e dall’alto delle sue zero vittorie zero in cinque stagioni e mezze di professionismo faceva inconsapevolmente da ultimo legame rimasto con la normalità, unico appiglio della realtà in un plotone altrimenti alieno, frutto di fantasie ciclistiche hardcore, nemmeno lontanamente realizzabili fino a poche stagioni fa.

I corridori più forti al mondo nelle corse di un giorno a giocarsela con vincitori di grandi giri. Gli scalatori che spianano Alpi e Pirenei e gli onnivori che mangiano polvere e fango a colazione: un crossover considerato nel ciclismo moderno più ardito di certi accostamenti nella serata dei duetti a Sanremo. Qualcuno ha tirato fuori gli Avengers e il Live Aid come più adeguati termini di paragone e, senza voler toccare certe vette, è francamente difficile frenare l’entusiasmo di fronte allo spettacolo offerto dalla Strade Bianche 2021.

Thomas De Gendt ha riassunto il concetto scrivendo su Twitter che, da appassionato di ciclismo, non vede l’ora di godersi i prossimi anni di gare in tv. Ha aggiunto però anche che, da ciclista ancora in attività, sa bene che i prossimi anni saranno i più difficili delle sua carriera. De Gendt ha definito i suoi avversari “young wattbombs”, giovani bombe di watt (tra i migliori sette il più vecchio era Alaphilippe, 28 anni) che complicheranno la vita e lui e, nel loro piccolo, pure ai commentatori e ai narratori che presto si troveranno a corto di superlativi.

Perché è difficile mantenere composte voce e penna di fronte alla disarmante costanza di Pogačar, alla prontezza innata di Pidcock, all’irriducibilità di Van Aert, al ritorno in stile di Bernal, alla perenne consistenza di Alaphilippe e - soprattutto - alla disumana potenza con cui Van der Poel ha dato fuoco (letteralmente: dalla foto del suo scatto decisivo fuoriescono scintille e odore di copertoni bruciati) al lastricato di Santa Caterina.

Anno dopo anno la Strade Bianche aggiunge mattoni all'edificio della sua storia, un palazzo costruito sulla polvere eppure luccicante, una storia epica nonostante gli appena quindici anni di età, caso più unico che raro di corsa che consente agli appassionati di ciclismo contemporanei di spiare le fasi embrionali dello sviluppo di un evento destinato a diventare uno dei pilastri assoluti di questo sport.

Dove finiscano i meriti intrinseci della corsa e dove comincino quelli della nidiata di poliedrici fuoriclasse che si è impadronita del ciclismo, questo è secondario in questa sede. Sta di fatto che guardare la Strade Bianche oggi è l’equivalente ciclistico di puntare il telescopio verso galassie talmente lontane da rendere la loro osservazione un viaggio in un passato remotissimo, custode di misteri e di risposte sulle origini del tutto.

Nella desolazione di un’altra edizione priva del pubblico che avrebbe meritato, Michael Gogl è stato il nostro emissario, l’unico essere umano autorizzato a osservare a distanza di gomito le fasi decisive di una corsa che è già storia, e nel cui ordine d’arrivo, quello che le generazioni future di appassionati di ciclismo scorreranno con lo stupore e il fascino con cui noi guardiamo oggi quelli delle Parigi-Roubaix e dei Giri delle Fiandre di un secolo fa, c’è e ci sarà anche lui, l'intruso austriaco: sesto.

Testo: Leonardo Piccione
Foto in copertina: Tornanti.cc

 

 

 

 

 

 

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