La memoria del tacchino

 

Brano pubblicato la prima volta il 9 luglio 2016 e contenuto nella raccolta "Se qualcuno viene mi fa piacere", del 2016. Prefazione di Claudio Gregori.

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Jeremy e Jono Froome, nei lunghi pomeriggi di Nairobi, avevano un passatempo tutto loro.

Stuzzicavano il tacchino gigante che bazzicava l’aia di casa con un fucile ad aria compressa, fino a renderlo totalmente e ridicolmente isterico. Qualche volta, non soddisfatti dello spettacolo, alzavano l’asticella: rinchiudevano il tacchino dentro una gabbia per cani, poi ci infilavano dentro pure Chris.

Il più piccolo dei fratelli Froome all’epoca era alto quanto il tacchino: pietrificato, si rannicchiava in un angolo e subiva i colpi d’ala e le beccate dell’uccello pazzo, in mezzo a un mare di lacrime (sue) e di sghignazzi (dei fratelli).

Sotto una maschera educata e composta, Chris Froome nasconde un’indole estremamente fiera, a tratti spigolosa. Gli echi dell’infanzia selvaggia risuonano in una certa sua brutalità; la memoria del tacchino affiora nell'ossessivo desiderio di rivalsa.

Il “giro della morte” che è l’ottava tappa del Tour scioglie tutto il cerone residuo sulla faccia di Froome che, sulla strada verso le terme di Bagnères-de-Luchon - quelle che per i bronchi fanno miracoli che nemmeno Lourdes - si mostra, forse per la prima volta, in tutta la sua ruvida umanità.

Litiga, Froome. Con un tifoso che è troppo tifoso, con Majka che è troppo Majka. Allarga i gomiti. Prova a staccare gli avversari alla solita, nevrotica maniera: non ci riesce, si spazientisce. Si lancia in discesa a 80 all’ora. Spalanca i bronchi, ma respira il meno possibile.

Fa caldo, sembra si pedali sulla gomma appiccicosa di certe palestre senza condizionatori. Pinot pedala invece nella marmellata, tanto le sue gambe paiono impastate. Morkov non pedala più: si ritira dopo una settimana di via crucis, stanco di solitudine e di spasmi.

Davanti, Valverde guarda Quintana e Quintana guarda nel sole: Froome se ne va. Fa la differenza lungo una discesa facile, in equilibrio precario su un tubo di carbonio sottilissimo.

Chissà se pensa a Kellan, il figlioletto che gli è nato sei mesi fa: Enzo Ferrari una volta disse che un pilota normale perde un secondo al giro a ogni figlio che nasce. Ma Froome non è un pilota, men che meno normale. A che pensavi, allora? "Al fatto che dovevo provarci".

Quando Chris crebbe - e crebbe molto - il tacchino smise di importunarlo. Allora Chris, che ha sviluppato una capacità disumana di imparare dai propri errori e di adattarsi alle situazioni che cambiano, decise che era arrivato il tempo della rivincita: cominciò a prendersi lui gioco del pennuto. “Mi nascondevo. Poi gli urlavo <boo!>, e mi lasciavo inseguire. Lo facevo di continuo. Era divertente”.

Ha fatto più o meno così anche oggi, uno stormo di tacchini a due ruote alle sue spalle. (Leonardo Piccione)

 

 

 

 

 

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