[TdF2018 - e02] Histoires du temps passé

Chissà se poi ci ha mai vissuto qualcuno, in tutti questi castelli. Se un giorno sono stati più dei ruderi su cui indugia la regia tra una brutta caduta di Sánchez e un altro guaio meccanico di Démare, o se invece sono stati piazzati lì ad arte, un artificio buono per riempire i vuoti delle dirette del ciclismo, un appiglio perfetto per il desiderio frustrato dei narratori, che in assenza di storie di biciclette prendono a raccontare quelle di torri e stanze segrete. Del maniero della famiglia Ferchault, ad esempio, dove René Antoine di Réaumur, "il Plinio del XVIII secolo", scrisse il primo trattato scientifico sulle formiche. O del castello di Tiffauges, nei cui antri il barone di Rais cercò di trasformare il rame in oro, e per provarci convocò in Vandea i migliori alchimisti d'Europa, e questi lo convinsero ad invocare demoni e a sacrificare esseri umani, e i crimini del barone si fecero sempre più efferati, ispirando infine una delle più celebri Storie del Tempo Passato di Perrault: Gilles de Rais diventò Barbablù; la chiave affidata all'ultima delle sue mogli apriva la stanza proibita del castello di Tiffauges, un mucchio di cadaveri al suo interno.

Ci vorrebbe qualcuno che indaghi, in giorni così, qualcuno che decida di partire e verificare coi suoi occhi se i castelli esistano per davvero, e quali storie contengano certe loro segrete. Ci vorrebbe uno come Sylvain Chavanel, che difatti attacca presto e presto resta solo, trasforma la seconda tappa in un piccolo elogio della curiosità. Chavanel d'Aragona (terra dei suo nonni), ma anche di Catalogna (dove nacque suo padre). Chavanel il viennese (nel senso che viene dal dipartimento della Vienne) e Chavanel l'apolide (si può davvero dire a quale luogo appartengano i fuggitivi?). Chavanel più cicala che formica, anche se in 19 anni di professionismo e 18 Tour de France non ha ancora capito bene che tipo di corridore sia, né che insetto lo rappresenti meglio, forse è l'ape che gli si è posata sul braccio sinistro. Chavanel che è sempre andato veloce, forse troppo, è per questo che lo chiamano la machine - la macchina - ma soprattutto Mimosa, come l'irrequieto protagonista di una commedia francese degli anni '90: "Freine, Mimosa, freine!", imploravano invano i suoi amici.

Chavanel l'inarrestabile, l'ineluttabile e l'infaticabile, parola del sito della sua squadra. Forse meno infaticabile adesso che ha 39 anni e 349 tappe del Tour alle spalle. Il gruppo lo raggiunge a 13 chilometri dall'arrivo della 350a: Gaviria sta per cadere, Sagan per resistere alla rimonta di Colbrelli. Chavanel aprirà la stanza segreta del suo pomeriggio e ci troverà applausi e complimenti, ma nessuna vittoria. È la morale di Barbablù, in fondo, e di ogni fuga che si rispetti: "Da questo racconto, che risale al tempo delle fate, si potrebbe imparare che la curiosità, malgrado le sue attrattive, arreca dispiaceri assai sovente. È un piacere lieve, che cessa appena uno se lo piglia".
(LP-FC)

 

 

 

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