[TdF2018 - e05] La lezione del bosco

Calmejane vorrebbe vincere. Lo si capisce dallo sguardo ma soprattutto dalle gambe, non riescono a star ferme, chi lo conosce dice che certi giorni Lilian ha le formiche nei polpacci. Calmejane vorrebbe vincere e non solo, forse vorrebbe accanirsi su Edet, uno dei suoi compagni di fuga, colpevole di avere uguale sua brama ma indole diversa. Vorrebbe dirgli, non solo a parole, che quando si naviga insieme è buon costume remare a turno, a prescindere dall’albero sotto cui si progetti di seppellire al termine il tesoro. Calmejane vorrebbe tutto questo, invece il ciclismo è una litania di arrabbiature vane e di voglie andate a male. E quando i bucanieri remano in direzioni opposte, la barca prima o poi si smarrisce. Il piccolo vascello Calmejane viene raggiunto a 20 dall’arrivo: il gruppo travolge le sue insegne nere come un’ondata atlantica, uno è un fiumiciattolo e quegli altri l’oceano. La côte allora sembra un estuario, il ricongiungimento di acque dolci e acque salate, è questo d’altra parte il grande gioco della Bretagna: invitare al finis terræ per condurre al centro, sottoporre il selvaggio per mostrare l’essenziale. Tout commence en Finistère, hanno scritto in un campo.

Per questo motivo Paul Gauguin passò così tanto tempo presso la Pensión Gloanec, sulle rive dell’Aven, ricercava nella pittura la stessa pienezza del rimbombo del granito sotto i suoi passi. Un’estate venne a visitarlo in Bretagna un parigino giovane e ambizioso: nel 1888 Paul Sérusier chiese a Gauguin di insegnargli qualcosa di indimenticabile, e Gauguin diede al ragazzo una lezione gratuita, lo incoraggiò a liberarsi da ogni costrizione e a non frustrare le proprie fantasie. Di che colore vedi quest’albero?, gli chiese. Verde? Bene, allora mettici del verde, il miglior verde che hai. E quest’ombra? Blu? Non aver paura di usare più blu che puoi. La “lezione del bosco” servì a Gauguin per trasmettere un concetto di arte che andasse oltre l’arte. A Sérusier, per alimentare il suo fervore artistico: chiamò Talismano l’opera che dipinse a Pont-Aven; in seguito, avrebbe contribuito a gettare le basi dell’Art Nouveau.

Ora, non scriveremo qui che Sagan è Gauguin. Il paragone sarebbe ardito e mal posto. Sagan non aveva nemmeno eletto la Bretagna a suo luogo ispiratore, dopotutto, per lui gli arrivi sono tutti assimilabili, tutti ugualmente promettenti. Non diremo che le pedalate implacabili con cui il campione del mondo ha spianato lo strappo di Quimper avevano la purezza estetica di un capolavoro post-impressionista, né che il suo ciclismo trascende l’aspetto esteriore delle forme naturali. Tuttavia, concluderemo, la volata della quinta tappa del Tour possiede proprio tutti i tratti della lezione fruttuosa, a partire dalla disposizione d’animo dell’apprendista. Sonny Colbrelli, secondo, spera di aver ottenuto il suo talismano. Di Sérusier ha la voglia e la modestia: «Mi sono scoppiate le gambe. D’altra parte lui si chiama Sagan, non Colbrelli».
(FC-LP)

 

 

 

 

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