[TdF2018 - e06] Il grande gioco dell'oca

Le insidie sono disseminate sulle strade del Tour come le rocce nella foresta di Huelgoat, massi giganteschi sparsi caoticamente tra i faggi, uno assomiglia a un paiolo, un altro a un enorme fungo, secondo la leggenda è tutto quanto rimase del passaggio di Gargantua nella regione: furioso per aver ottenuto solo zuppa di grano nero in risposta alla sua richiesta di ospitalità, il mostro prese a gettar via furiosamente ogni pietra che incontrasse sul proprio cammino, trasformando Huelgoat in una cittadella abitata da perfide presenze. Da allora gli spiriti di Bretagna amano muoversi da una grotta all'altra, rimbalzano tra i menhir e si allineano fedeli lungo i muri. Il loro ghigno si avverte tra le fronde e soprattutto nel vento, che a 100 km dall'arrivo spezza il gruppo in tre parti.

È il primo di una sfilza di scherzetti, il test preliminare che misuri il feeling dei big con l’ansia, la loro abilità di tirarsi fuori dai guai quando si accendono le spie di pericolo, quando si pesca la carta-imprevisto e non si sa bene che fare, e ci si guarda attorno in cerca di facce amiche. Primož Roglič, intrappolato nel terzo spezzone del gruppo, incontra quella scavata di Gesink, quella ruvida di Martens e quella liscissima di Tolhoek, facce opposte ma del tutto concordi quando si tratta di mettersi a sgobbare.

Ecco che allora il vento cambia, i gregari tirano e Roglič rientra, è bello quando tutti fanno la loro parte e le cose si sistemano, certo sarebbe ancora più bello se non si guastassero di nuovo, e invece un’ora dopo Roglič sbatte contro un cordolo e rompe una ruota. La cambia, perde tempo. Ma poi arriva di nuovo Tolhoek, Antwan Tolhoek, nome da capo indiano ma tratti da ragazzino indifeso. Faceva maratone di pattinaggio sul ghiaccio fino a quattro anni fa: è in Francia perché va forte in bicicletta e perché sa governare l’equilibrio, sono qualità apprezzabili per rendersi utili al proprio Tour d’esordio, magari non gliel’avevano spiegato che nel ciclismo puoi fare da balia anche se sei uno dei più giovani, fatto sta che in qualche modo lui l’ha imparato, è già un aiutante insostituibile.

Tolhoek è prezioso almeno quanto Gallopin, che cede la sua bici a Bardet poco prima dell’arrivo, e Bardet in qualche modo si salva: perde 30 secondi, ma poteva andargli peggio. Poteva succedergli quel che succede a Dumoulin, che fora proprio mentre il gruppo è lanciato come una palla da bowling contro la salita finale di Mûr-de-Bretagne. Si ritrova accanto il solo Geschke, che ha molti pregi ma non la statura: la sua bici è troppo piccola, Dumoulin deve attendere il cambio ruota e s’inguaia. Finisce nella casella del pozzo all’ultimo lancio di dadi, gli spiriti della Bretagna hanno un gusto della sorpresa talmente spiccato da far pensare a Beetlejuice. Ci vuole un un uomo saggio per domarli. Un druido, magari. Un saggio discendente dei Celti. O, più semplicemente, il digrignante Daniel Martin.
(FC-LP)

 

 

 

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