[TdF2018 - e07] L'urgenza della diversità

Sei, cinque, quattro minuti. Di colpo due, uno, mezzo. Infine più nulla. Una parentesi di raffiche laterali e il gruppo salta addosso a Yoann Offredo: le squadre dei big hanno saputo che Dan Martin è rimasto indietro, e poche notizie innescano le gambe più dell’illusione di far fuori un rivale sorpreso dal vento. Poi però il vento cambia, Martin rientra e la bagarre finisce. Finisce anche la fuga di Offredo, ripreso molto prima del previsto, 100 km di lavoro bruciati in un attimo.

Lavoro, mica sogni, le fughe di Offredo sono fatte di una materia concreta, d’altra parte ha 31 anni e nessuna voglia di inseguire le illusioni di quand’era un ragazzo e correva per diventare una leggenda, o quantomeno per far felice il padre, lui che la bici l’ama sul serio. Yoann invece non lo sa più, un tempo la sofferenza gli piaceva da matti, la voleva, però un giorno ha scoperto che non gli bastava, si è accorto che neppure vincere gli interessava poi tanto, in realtà, che le aspettative lo atterrivano e guadagnare quasi lo spaventava. Era una promessa delle corse di un giorno, anni fa ne vinse una e su Facebook gli arrivò la richiesta di amicizia di un keniano sconosciuto, Chris Froome.

Si è perso e si è ritrovato, Offredo, l’anno scorso è stato per la prima volta al Tour. Avrebbe voluto ritirarsi ai piedi della Croix-de-Fer, invece in un gruppo di ragazzini a bordo strada ha rivisto se stesso, si è ricordato che il ciclismo è l'occasione di invertire i ruoli della storia, di essere per un giorno quello atteso, quello applaudito, l'uomo dei desideri di certi interminabili pomeriggi d’infanzia.

Offredo viene raggiunto e scherza con la tv e con gli avversari. Non sembra deluso: in una fuga gli piace trovare la comunione con se stesso, ha detto a L’Équipe, non certo la solitudine, una delle cose che si ricorderà di più della sua carriera da ciclista sarà la noia. La noia delle serate in hotel, degli alberghi, dei trasferimenti, della convivenza forzata con compagni con cui non c'è quasi mai qualcosa di interessante da dire, tutto quel tempo perso, tante volte è meglio un libro. Offredo legge per distrarsi da un mestiere che gli pesa, ma che ancora gli riserva il godimento sottile del compito portato a termine. E poco importa se termina a 97 dall’arrivo, come oggi, prima che molte tv si accendano sullo sponsor stampato sulla sua maglia. Le fughe paiono davvero poco poetiche in giorni così, qualcuno dice siano soltanto degli spot, e nemmeno troppo ambiti, del resto non sono in molti quelli disposti ad immolarsi per così poco. Dopo Offredo tocca a Pichon, che gli da il cambio all’avanguardia: stessa età, stesso destino segnato. Tra un castello e un campo di trattori rotanti si fa strada il gruppo, inevitabile. La volata è il lampo di Groenewegen e la fine di un pomeriggio che Offredo avrebbe potuto impiegare diversamente, e che pure è stato giusto spendere così, celebrando un’altra volta l’inderogabile urgenza della diversità.
(FC-LP)

 

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