[TdF2018 - e09] Pure happiness

Si dice, e non senza ragioni, che il senso ultimo di un viaggio non sia la scoperta di un luogo ma quella di se stessi, l’ottenimento di una versione aggiornata della propria persona, inedita nello spirito e nel corpo, temprata dalla distanza, dalle difficoltà e dalla fatica. Dalle salite, soprattutto, è per questo che il ciclismo ci parla così forte in certi giorni, quasi sempre sulle montagne, persino troppo semplice cogliere la metafora che può celare ogni scalata. Certe altre volte, tuttavia, le biciclette propongono un esercizio inconsueto ai loro attori e spettatori.

I giorni sul pavé, in primavera così come in estate, sostituiscono l’evoluzione con la conservazione, il miglioramento con la sopravvivenza, cosicché quel che più conta arrivando a Roubaix non è mai valutare quanta distanza si sia percorsa, né a quale nuovo stadio della crescita si sia giunti. La prima e più fondamentale constatazione da fare è semplicemente l’esser giunti. È per questo che all’arrivo della nona tappa Landa abbraccia Erviti e Bardet si tiene stretto Naesen, dice che forse dovrebbe baciargli le mani, è merito suo se alla fine ha perso così poco oggi, 7 secondi dopo 5 forature sono niente. Froome si fa un selfie con Kwiatkowski, e Martin con Sutherland, e tutti paiono soddisfatti, d’altra parte se nessuno ha guadagnato vuol dire che nessuno ha perso, in giorni così importa solo questo. L’importante è esserci ancora, rimanere dove si è. Essere parte del Tour e poter guardare alle montagne dalla strada e non da casa: questo toccherà invece a Porte, caduto ancor prima che le pietre tendessero i loro tranelli. L’australiano si ritira per una clavicola rotta, o forse per la paura di una clavicola rotta e un’altra stagione buttata, ecco un altro effetto del pavé, che ingigantisce i timori e amplifica le emozioni.

Porte piange appoggiato a un muretto tenendosi con la mano destra il cuore, forse è quella la parte che duole più di tutte. Piange anche John Degenkolb, all’arrivo, tra le braccia di Stuyven, le lacrime segnano due linee verticali nel cerone di polvere che ha tra gli occhi e i denti. Ha vinto. È scattato su un settore detto Pavé de la Justice, un tratto dove le pietre sono più severe che altrove. Ma le complicazioni rendono le vittorie memorabili, e Degenkolb non voleva certo vincere una corsa a caso. Degenkolb voleva una corsa importante: anche soltanto una prima della fine della carriera, però grande. La voleva per far dedicarla a un amico, il suo secondo padre lo chiama, uno dei pochi che credevano che John ce l’avrebbe fatta per davvero a riprendersi dall’incidente di due anni fa, da tutte le notti sveglio a sperare che il dolore passasse. Degenkolb ha anticipato Van Avermaet e Lampaert e ha vinto, e non sa come dirlo: pure happiness, prova a rispondere. Felicità pura, felicità giusta, felicità inconsueta. Perché Degenkolb ha vinto ma non è progredito, e non è nemmeno rimasto dov’era. È tornato indietro, è di nuovo lui.
(LP)

 

 

 

 

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