[TdF2018 - e10] Cambiar musica

Gli ultimi metri di Plateau des Glières sono in sterrato: nessuno ha mai avuto interesse ad asfaltare la strada, nemmeno il Tour de France. È una rampa difficile da raggiungere, nascosta tra le pieghettature delle Alpi come una reliquia, un fazzoletto di pascoli rimasto intrappolato tra le montagne mentre la storia se ne andava altrove. I pochi centri abitati che punteggiano l’area hanno nomi che sono un presagio: La Clusaz, Cluses, ogni cosa lì intorno sembra indicare sbarramento, mancanza di respiro e vedute, di tutto ciò che dovrebbe allargarsi quando si guadagna in altitudine e che invece in certi casi rimane patrimonio di quel che sta più in alto, o che viene dopo, non si può certo dire che i ciclisti non abbiano fiducia nel futuro. Così rimane chiusa la lotta tra i grandi del Tour, cristallizzata come coloro che a bordo strada, al suo passaggio, omaggiano la resistenza francese indossando immobili le uniformi del 1944.

La decima tappa si ritrova allora bloccata, l’equilibrio a trattenerla come una tenaglia. Tuttavia, come spesso capita quando la Storia si ferma, lo spazio si fa più largo per le avanguardie. Per quelli come Julian Alaphilippe: lui gli eventi ha imparato a governarli seduto dietro a una batteria, e quando sei lì, tra sgabellino e pelli, non puoi mica permettere che il tempo si fermi. Ti tocca piuttosto modellarlo, guidare tu i ritmi altrui sapendo che, se anche molti dovessero perdersi, i pochi che riusciranno a seguirti potrebbero rivelarsi eccellenti compagni di strada.

Uno di questi è Greg Van Avermaet, che ha la maglia gialla e non ci pensa nemmeno a regalarla a qualcun altro. Se provo a rimanere in gruppo – pensa – prima o poi quegli altri mi fanno fuori. Se tutto andasse bene e mi sentissi in gran giornata – continua – potrei al massimo accodarmi a Urán, che si vede non sta bene, o magari a Mollema, Zakarin e Jungels, che van forte ma non proprio come i primi. Se resto qui, insomma, faccio la fine di chi si sfila più per sfinimento che per resa, c’è qualcosa di più distante da quel che sono io? Van Avermaet allora si difende attaccando; tiene il tempo più che può, anzi ne guadagna.

Davanti, Alaphilippe è solo e non sta più nella pelle. Ha cambiato musica, ha cominciato a leggere uno spartito tutto suo. Guarda il cameraman, gli fa una smorfia. Poi sorride e si accartoccia sulla bici, per aumentare ancora un vantaggio già enorme. I baffi gli danno un’espressione forse più adulta, non certo più seria. Alaphilippe è aggressivo ma giocoso, e questa è la sua impresa di oggi: una conquista allegra delle valli. Nelle sue gambe dimora l’impazienza, e pure nella sua testa. Confessa di aver pensato a tutto negli ultimi chilometri, ma soprattutto ai suoi genitori, è grazie a loro che ama vivere e per loro che ha voglia di farsi del male pedalando. Dice che suo padre non sa nulla di ciclismo, eppure lo guarda sempre. Recentemente non è stato troppo bene, Julian tra poco gli telefonerà.
(FC-LP)

 

 

 

 

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