[TdF2018 - e11] Una scatola di fiammiferi

Marc Soler è trasfigurato. Allarga la bocca a dismisura, come se qualche molecola d’ossigeno in più strappata all’aria delle Alpi possa aiutarlo a negare l’innegabile: sta mollando. Si storce ancora un poco, sbatacchia il corpo come un tonno all’ultimo battito di pinna. Poi, di colpo, smette di pedalare. Si stacca. Non ha nemmeno il tempo di fare il suo in bocca al lupo a Valverde, di augurargli di arrivare presto a La Rosière e dirgli che è stato bello fargli da braccio destro - ammesso che poi possa essere considerato bello questo annullarsi per cause quasi sempre perse. Ma i corridori, si sa, hanno gusti bizzarri. Alcuni di essi fanno questo di mestiere: invitano al cinema ma se ne vanno prima che il film cominci; guidano fino alla festa ma poi non possono ubriacarsi. Se fossero un fuoco sarebbero quello precario dei fiammiferi: si accendono con gesto secco, bruciano in fretta e si spengono senza preavviso. La Movistar vuole infiammare la corsa e sceglie Soler, dapprima lo manda in fuga e poi lo fa fermare presso il Barrage di Roselend: lì lo raggiunge Valverde, e sembra un gran bel piano, quelli dietro lascian fare e, toh, ora si muove anche Dumoulin, attacca in discesa insieme al proprio braccio destro, chissà che la diga del Tour non crolli.

Søren Kragh Andersen è una specie di Soler danese, condivide con l'omologo il destino di consumarsi in fretta. Dumoulin e Valverde restano dunque soli: è l’inizio dell’ultima salita e hanno meno di un minuto sul gruppo, e Valverde già è sfinito, sarà stata una buona idea questa di appiccare il fuoco? Perché la Sky è un banco d’orche affamate, il loro schieramento consolidato negli anni: tanti Soler in fila e dietro di essi Froome, più che una scatola di cerini questa squadra è un lanciafiamme.

Kwiatkwoski sputa un altro po’ di fuoco su quel che resta della corsa, mette in difficoltà Nibali, Quintana, Landa e Bardet, poi scompare. Toccherebbe a Thomas mettersi adesso al lavoro, bruciare l’ultimo pezzo di terra prima dell’affondo di Froome, invece stavolta Thomas fa una cosa diversa. Anziché tirare, attacca. Raggiunge Nieve e Dumoulin, resiste al ritorno di Martin e del suo stesso capitano, infine si prende tappa e maglia gialla. La Sky si affretta a specificare che era tutto programmato, che una squadra non può immaginare giorni migliori di questo: primo e terzo nella tappa, primo e secondo in classifica generale. Eppure il cambio di registro possiede per natura il retrogusto dell’insubordinazione, contiene in sé il germe della disobbedienza, o forse di essa la speranza. Il Tour è stato imbottito di dinamite: ora non resta che invocare altre esplosioni, seguirlo con la stessa voglia che ha Rick Zabel di correrlo. Dopo aver provato a salvare capitan Kittel dalla mannaia del tempo massimo, aver sprintato per salvare almeno se stesso ed essere comunque arrivato 5 secondi oltre il limite, è stato ripescato per il suo impegno: il Tour non è affatto finito, nemmeno per lui.
(LP)

 

 

 

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