[TdF2018 - e19] Un cielo nuovo

A guardarle dal basso, dalla strada che sale con tale cattiveria da aver dato loro il nome di Giro della Morte, le grandi vette pirenaiche sembrano nient’altro che lingue di roccia ispida, grida di pietra che suonano come presagi di sventura. Non si direbbe che possano nascondere qualcosa di buono, eppure le cime intorno al Tourmalet sono una “riserva del cielo stellato”, così chiamano i francesi le aree protette dall’inquinamento luminoso, queste oasi rare in cui l’orizzonte è aperto, le distanze ridotte. La Terra smette di essere il centro dell’universo e l’uomo ritrova la vertigine della periferia, il timore del vuoto lo invita alla ricerca, lo spinge a chiedersi se è davvero così solo, dopotutto. Forse è per questo che Zakarin, Landa e Bardet attaccano sul Tourmalet, a più di 100 chilometri dall’arrivo: stanotte Marte sarà vicinissimo alla Terra, e loro vogliono scoprire cos’è che abita le sue riserve d’acqua, e se c’è ancora vita in questo loro Tour.

È ammirevole lanciarsi con tanta baldanza, mettere a repentaglio la dimora sicura del proprio piazzamento per andare in cerca dell’inconosciuto: il più delle volte la curiosità è un peccato imperdonabile, maledettamente dispendioso, un’impresa che richiede investimenti e assistenza, sicché è una vera benedizione che a un certo punto Landa ritrovi Amador. Mentre i pianeti si allineano Amador si annienta, il suo solo scopo è dar respiro all'amico, consentirgli di avvicinarsi un altro po’ alla stratosfera. Amador ha fatto i suoi rilievi e ora rientra alla base, prima tira e poi si stacca, e quando il gruppo lo riprende lui non ha ancora terminato, distribuisce borracce e cibo ai compagni e pure agli avversari. Amador è una sonda spaziale efficientissima, sarebbe proprio bello se il pianeta disponesse di plurimi Amador, e di qualche altro Landa, probabilmente questo vagare nel cosmo ci apparirebbe più sensato.

Non dovrebbe mai fallire una missione come quella di Landa e Amador, eppure fallisce. Gesink riporta vicino gli inseguitori, la sua pedalata e il suo compito non hanno la lievità del poetico ma la fermezza del concreto: Gesink lavora per Roglič e Roglič è fortissimo, attacca due, tre, quattro volte, e con lui pure Kruijswijk e Dumoulin, e per la prima volta la Sky perde pezzi. Thomas resta solo, come se poi si possa davvero definire solitudine la condizione del più forte: Thomas rimane in compagnia delle sue certezze, in realtà, della consapevolezza di essere uscito infine dal cono d’ombra altrui. Nella discesa perde 20 secondi da Roglič, ma recupera i suoi compagni. Bernal, 21 anni e nervi saldi, trascina avanti Froome, 33 anni e lingua appesa. È un cielo nuovo quello che sovrasta Froome all’arrivo di Laruns, un mondo in cui si ritrova vulnerabile, campione fiero ma battuto. Non vede l’ora di tornare a casa, possibilmente prima che nasca sua figlia e che cominci una notte con qualche stella in meno, un’eclissi lenta ma inevitabile, la sua. (FC-LP)