[TdF2018 - e20] Ho vinto il Tour de France

Grey-nant. Jer-ain’t. Grrr-ant. Qualcuno spesso l’ha chiamato anche Gareth – per assonanza - o persino Tom – per brevità. A una corsa, in Germania, un ufficiale di gara cercò di spiegargli che il suo documento non poteva che essere sbagliato: una persona normale fa Thomas di nome, non certo di cognome. Al Tour del 2014, quando si presentò alla stampa come portavoce della Sky dopo il ritiro di Froome, un giornalista gli chiese chi fosse, se un meccanico o chissà chi altro.

Per Geraint Thomas è sempre stato un problema non da poco quello di affermare la propria identità, ancor più da quando la bici su cui corre non dispone più della scatoletta che c’era sotto il manubrio della sua prima mountain bike, e che faceva sempre un gran casino: sirene della polizia, ambulanze, vigili del fuoco, tutti capivano quando Geraint era arrivato al campo da rugby. Ha cominciato a fare ciclismo sul serio per la promessa di ricevere un paio di scarpini nuovi a ogni nuovo record personale sul giro, in pista, e di giri in effetti poi ne ha fanti tanti, tantissimi, e veloci. Due medaglie d’oro olimpiche nell’inseguimento – ma a squadre, il che significa che i suoi meriti dovevano essere divisi con altri, e certo tutti sanno che il ciclismo è uno sport di squadra, e che puoi vincere anche senza essere tu l’unico vincitore, però, confessa Thomas, c’è comunque una parte di te che soffre, che vorrebbe l’emozione della vittoria tutta per sé. Si tratta di essere competitivi, dice, e forse non è sano ma è indispensabile, è quel desiderio che ti spinge a farti del male ogni giorno, a trasferirti in Italia e a perdere peso, a lasciare la pista per la strada e la pianura per la salita, la salita che va temuta ma soprattutto assaporata, perché il dolore non diminuisce con l’esperienza, e se senti il cuore vacillare allora concentrati sul respiro.

Thomas si concentra sul respiro. Si riempie i polmoni della brezza di Espelette, quest’aria umida che fa crescere i peperoncini e realizzare i sogni. Ce l’hai fatta, gli dicono mentre pedala, rallenta e non rischiare oltre, forse perderai la tappa ma nessuno ti toglierà il Tour. La tappa è di Dumoulin per un secondo, tanto gli basta per battere Froome e per ringraziare la signora Hernandez di San Sebastián, che questa mattina ha cucito per lui una divisa nuova: Tom non trovava più la sua e la signora Hernandez gliene ha fatto un’altra, sempre con l’arcobaleno sopra, sempre vincente, ci fosse una cronometro delle sarte quella la vincerebbe di certo la signora Hernandez. Thomas abbraccia sua moglie, invece, non sarebbe voluta venire ma eccola qua, tutte le altre volte che lei c’era Geraint è caduto, si è rotto una volta il bacino, un’altra una clavicola, per anni è rimasto in disparte. Non stavolta. Hai vinto, dice l’intervistatore a Thomas, e Thomas si sistema il cappellino e piange, e risponde ma come, proprio io, finalmente io, non riesco a parlare, è assurdo, ho vinto il Tour de France.
(LP)

 

 

 

 

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