Le parole verranno dopo

Fabio Aru non sa. A chi gli chiede cosa gli sia accaduto nelle ultime due stagioni, perché non riesca a spingere più in bicicletta come un tempo, risponde con disarmante trasparenza: «Non lo so. Non ho risposte e questa cosa mi fa soffrire».

Fabio Aru non sa, come non sappiamo tutti noi quando veniamo interrogati su ciò che non conosciamo. Quante volte abbiamo risposto «Non lo so», anche solo a noi stessi, stupiti dalla vaghezza dell'ignoto? Non sapere spaventa e fa soffrire, ma succede ugualmente ogni giorno, ed è una fortuna, perché non sapere fa domandare.

Diceva Socrate che «sapiente non esiste nessuno» e che soltanto la presa di consapevolezza della propria non-conoscenza rendesse saggi, investigando e ricercando. Fabio Aru oggi non sa, e nessuno intorno a lui sembra intenderne di più. Men che meno ne sappiamo qualcosa noi, che il ciclismo lo raccontiamo quasi sempre da lontano. Curiosando, ma restando quasi sempre a una distanza d'irrefutabile sicurezza.

Per questo non scriviamo di Fabio Aru, nemmeno in questo articolo. Se ne scrivessimo senza sapere, e c'è chi ha ritenuto di doverlo fare, non sarebbe che uno sproloquio senza diritto, un arroccamento su certezze prive di fondamenta.

Se ci mettessimo ora a scrivere di Aru, non lasceremmo al vecchio filosofo nessun’altra scelta che farsi una crassa risata e porci la fatidica domanda: cos’è un corridore in crisi? Solo il nostro spaesamento nel cercare una risposta ci potrebbe mettere finalmente sulla strada giusta per provare a capirne qualcosa. Ma il nostro spaesamento, come quello di Aru, non sarebbe altro che un lungo silenzio.

Le parole verranno dopo. Ci vorrà qualcuno per fissarle, come Platone ha fatto con Socrate, ma prima il percorso va terminato, solo in seguito può essere eternato. Vale per i filosofi ma, a guardare bene, vale anche quando si parla di corridori. (Filippo Cauz - Michele Polletta)

 

 

 

 

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