[TdF 2020] I Trovatori

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Per anni alla stazione di Limoges gli annunci dei treni sono stati preceduti da un suono di fisarmonica. Sette note, le prime di “Bruyères corréziennes”, uno dei più grandi successi di sempre della storia della canzone francese, un nostalgico valzer che ha trasformato il suo compositore in culto, riferimento identitario per l’intero Massiccio Centrale.

Jean Ségurel e i Trovatori della Corrèze incisero la ballata nel 1936, e da allora essa ha conosciuto centinaia di reinterpretazioni, arrangiamenti classici e moderni, sempre con l’intento di far sollevare i glutei dalle sedie, formare o riformare le coppie e ricordare in ritmo di tre quarti che “quando l’erica è in fiore, nessun pensiero è dentro al cuore”. 

Il Tour de France è entrato nella sua fase decisiva insinuandosi nelle pieghe più bucoliche dell’esagono, in una delle regioni meno visitate e moderne del Paese, tra villaggi che il sole settembrino fa apparire più pacifici e dimessi di quanto già non siano: Qu'ils sont loin les soucis / qu'ont les gens de Paris. 

La prima parte della dodicesima tappa è una sequenza di scorci usciti da un mondo antico e apparentemente immutabile, in luoghi dove il tempo interviene di rado, e quasi sempre per sottrarre. A Saint-Léonard-de-Noblat ha vissuto fino allo scorso novembre Raymond Poulidor, che oggi è un viso paffuto disegnato sui muri e tra i campi. Intorno alla disarmante sincerità del suo sorriso gravita lo stesso affetto che a un certo punto, molti anni fa, aveva fatto pensare al suo destinatario che forse vincere non serve a nulla, quando sei così benvoluto. 

Qualche chilometro più avanti, nell’attraversamento di Linards, si ricorda Antoine Blondin, lo scrittore che da inviato de L’Équipe produsse un totale di 524 reportage dal Tour de France. Blondin considerava la Grande Boucle come una serie di ventuno 14 luglio consecutivi, o il capitolo supplementare che Balzac avrebbe certamente aggiunto alla sua Commedia umana, se solo avesse conosciuto le corse in bicicletta. Dall’ultimo Tour che seguì, nel 1982, Blondin, stanco e provato, si congedò scrivendo che la sua malinconia era paragonabile a quella di un bambino che, puntando il dito verso la giostra, esclama “Encore un tour…”

 

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