[TdF 2020] Il mistico della bicicletta

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Era il Giro d’Italia del 2017, tappa di Canazei. Pierre Rolland aveva appena vinto, tuttavia non nascose ai microfoni un certo rammarico. Dichiarò, in tutta sincerità, che avrebbe preferito essere stato in grado di attaccare il giorno prima, sullo Stelvio. Tuttavia – aggiunse – alla vigilia della tappa dello Stelvio aveva dormito poco e male, troppo eccitato dall’idea che qualche ora dopo avrebbe pedalato in uno dei luoghi-simbolo del suo sport preferito.

Quel giorno Rolland parlò a lungo del suo amore per la bicicletta e per la natura, per l’aria quando diventa sottile e per il respiro che s’ingrossa. Disse di quanto sia curioso, secondo lui, il paradosso che vuole che più il cuore ti batte forte in petto e meno la fatica ti renda capace di ascoltarlo, e di quanto misticismo occorra per credere che talvolta anche i tentativi come i suoi, tendenzialmente dimoranti al limitare del velleitario, possano andare a buon fine. La sala stampa applaudì convintamente, al termine della conferenza di Rolland. Pochi immaginavano che nelle due stagioni successive lo si sarebbe visto poco e ascoltato ancora meno.

Età e mancanza di risultati hanno cercato di spingerlo ai margini del ciclismo che conta, ma Pierre Rolland quest’anno è tornato. A 34 anni, dopo un anno di assenza seguito a dieci partecipazioni consecutive (sempre arrivato a Parigi), è di nuovo protagonista al Tour de France. A modo suo: spesso in fuga, qualche volta piazzato (2° a Sarran, 5° a Puy Mary), raramente dando l’impressione di poter vincere, giammai anonimo.

Oggi lo si è rivisto sul suo palcoscenico preferito, l’alta montagna. Certo, le uniche cose che ha ottenuto al termine della quindicesima tappa sono state una discreta quantità di battute su cosa abbia chiesto a Gogl (Michael Gogl, a lungo suo compagno di fuga) e il numero rosso di combattivo di giornata, tuttavia i minuti in cui Rolland è stato testa della corsa sono stati di gran lunga le sequenze più romantiche di una tappa di montagna che la Jumbo-Visma ha trasformato in una delle più disarmanti dimostrazioni di forza collettiva degli ultimi anni – che pure in materia non sono stati parchi.

 

 

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