[TdF 2020] Una forma di gioco

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Più che come desiderio supremo di distruggere il nemico, la volontà di potenza va intesa come pulsione positiva che spinge a migliorare se stessi, scrive Guillaume Martin. Gli avversari sono esclusivamente uno strumento, un mezzo utile a perseguire l’insopprimibile aspirazione verso la crescita individuale.

Intorno a questo concetto, all’ambiziosa idea di ripensare le basi dello sport moderno a partire dai cardini del pensiero di Nietzsche, suo filosofo di riferimento, il capitano della Cofidis ha costruito una tesi di laurea, un libro e la sua intera carriera di ciclista.

“Un movimento ascensionale”, come lo definisce, che lo ha portato a migliorare di anno in anno il suo rendimento al Tour de France: 23° all’esordio, nel 2017; 21° nel 2018; 12° l’anno scorso. Attualmente è 11° in classifica generale, a 6 minuti e 45 dalla maglia gialla. Il ritardo l’ha accumulato quasi tutto in due occasioni: salendo verso Puy Mary, dove ha sofferto il ritmo altissimo dei migliori, e nella tappa del Grand Colombier, quando gli si è rotto il deragliatore poco prima che cominciasse la salita e, senza compagni di squadra in grado di riportarlo sui primi, è rimasto per tutta la salita sospeso tra il gruppo maglia gialla e i plotoncini degli sconfitti di giornata, Quintana e Bernal.

Martin si è appassionato alla filosofia durante il liceo, quando, accortosi che non gli interessava nessuna materia in particolare, scoprì che la filosofia gli permetteva di unificarle tutte. Crede che nulla vada preso troppo sul serio nella vita, che nessun destino condizioni le nostre esistenze. Si oppone fermamente alle semplificazioni, al doping, alla violenza e al ritorno dei nazionalismi.

Scrive perché gli piace scrivere, ma non gli va di essere considerato un intellettuale («ho studiato filosofia, ma avrei potuto benissimo fare il panettiere»): è convinto che non ci sia separazione tra l’uomo che pensa e l’uomo che fatica, né tra corpo e spirito, e che trasformare tutto in speculazione teorica non serva ad andare più forte in bicicletta, tantomeno a vivere meglio. Calmo e misurato, lo disinibiscono solo le corse, che pare abbiano su di lui lo stesso effetto di certe sostanze alcoliche.

 

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