[TdF 2020] La dura legge del Loze

  • Di:
      >>  
     

    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Nella graduatoria delle categorie più inclini alla speranza, alle spalle forse solo di bambini e innamorati, gli appassionati di ciclismo occupano da sempre una posizione di tutto rispetto.

Gualciti e rattoppati, ravvivati dalle altimetrie puntute e dal vento quando s’alza, i loro piccoli cuori non si rassegnano mai all’evidenza dei fatti, alla prevedibile piega che quasi sempre prendono le cose del mondo, così che quando nella tappa di montagna più attesa del Tour intravedono schierata in testa al gruppo non la squadra del leader ma quella di un suo sfidante deciso – almeno nelle intenzioni – a dar battaglia, essi mettono da parte le riserve che l’esperienza accumulata suggerirebbe loro e si abbandonano progressivamente al pensiero che mah, chi lo sa, sta’ a vedere che questa è la volta buona, finalmente.

Lo sanno che quasi certamente nemmeno questa sarà la volta buona, e tuttavia nel momento in cui dal gruppo maglia gialla si stacca il primo compagno di squadra di Roglič, poi il secondo, poi il terzo, non possono che concedere porzioni sempre più cospicue del loro stato d'animo all’entusiasmo che la locuzione “far saltare il banco” irrimediabilmente gli procura.

Basta poco a far salire i giri degli appassionati di ciclismo, a riaccendere la loro fede nel fatto che possa ancora succedere di tutto. D'altra parte adorano una competizione che ha resistito a guerre e a scandali, un evento popolare che ha trovato il modo di perpetuarsi nel mezzo di una pandemia, e che oggi va pure a scoprire una nuova salita, a tagliare il nastro del più recente tra i santuari della sofferenza che popolano la sua leggenda. L’esistenza stessa di una corsa anacronistica e in ultima analisi irrazionale come il Tour de France è un motivo niente male per credere che non ci sia nulla di veramente irrealistico, dopotutto.

Un motivo ancor più valido è la presenza in testa al gruppo di Wout Poels. Storico gregario di Froome e da quest’anno luogotenente di Landa, Poels corre da diciotto giorni con una costola rotta e un polmone lesionato. È caduto il primo giorno a Nizza, e nei primi dodici giorni di Tour lo si è visto arrancare costantemente in coda al gruppo: appena quelli davanti acceleravano un po’, lui si staccava.

Aveva chiari problemi a respirare, tossiva sangue, ma a quelli che gli avevano suggerito di tornarsene a casa lui aveva replicato dicendo che contava di riuscire a rendersi utile al proprio capitano prima della fine del Tour. Durante il secondo giorno di riposo, due giorni fa, ha detto che si sentiva finalmente un po’ meglio, che si stava “abituando a correre con la frattura”. Ieri è arrivato 56°, il suo miglior piazzamento dall’inizio del Tour, e adesso, sulle prime rampe del Col de la Loze sta impostando il ritmo nel gruppo dei migliori.

 

(...)

Leggi il racconto completo nella nostra raccolta "La speranza che Newton si sbagliasse - Storie e visioni dal Tour de France 2020".
Qui tutte le informazioni.

 

 

 

 

 

 

 

Categoria: