Tourbillon: Un giorno perfetto

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

"Tourbillon" è una serie di pensieri sparsi liberamente ispirati al 106° Tour de France. Di Leonardo Piccione.

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Anche quest’anno sono stato inviato al Tour de France. Inviato da me stesso al supermercato sotto casa a fare rifornimento di vivande per affrontare al meglio queste tre settimane in cui mi dedicherò al Tour de France. 

Ho comprato patatine, anacardi, aranciata amara e birra. Un tempo ero solito prendere anche un paio di confezioni di cedrata, poi però un pomeriggio di due anni fa - era una tappa alpina - ho realizzato che la cedrata era diventata troppo dolce per i miei gusti.
O forse erano i miei gusti ad essere diventati amari, dicono succeda dopo i trent’anni. Fatto sta che da allora non bevo più cedrata.
Quando me la offrono - e capita più spesso di quanto pensiate, non fate quella faccia - mostro un’espressione contrita e timidamente chiedo: “Non ci sarebbe un’aranciata amara?” 
Non c’è quasi mai.

Dunque rieccomi al Tour. Tre settimane di divano, Twitter e tv.
Certo, potrei anche fare altro. Per esempio andare al mare: abito in Puglia, a dieci chilometri dalla costa. È luglio. Ma guardare assiduamente il Tour de France è una delle due scelte della mia vita che non riesco a giustificare in un modo accettabilmente razionale. L’altra è aver studiato statistica per otto anni. Ci sarebbe anche l’acquisto di un cappellino con Super Mario (quello dei videogiochi, non Cipollini) ricamato sulla visiera, ora che ci penso.
Sono più di due le scelte della mia vita che non riesco a spiegare.
Forse non riesco a spiegare proprio nulla della mia vita.
Ma - pensate quello che volete - io il Tour voglio vederlo. E poi a casa è appena arrivato un divano nuovo.

Il divano è il cuore della sala stampa del mio Tour. Siccome profuma ancora di negozio, per qualche giorno dovrò stare attento a come mi siedo e a cosa bevo mentre guardo la corsa. Non è il caso di imbrattarlo, sobbalzando nei momenti di stupore. (Nei giorni in cui ci sarà l’eventualità di un attacco di Quintana, per esempio, farò bene ad avere solo acqua tra le mani.)

In compenso i cuscini del nuovo divano sono particolarmente sodi. Non sprofondano come quelli del vecchio; le molle sono a distanza di sicurezza dalle mie chiappe. 

Ci sono tutte le premesse per un ottimo Tour, insomma.

Chad Haga del Team Sunweb ha scritto sul suo blog che saranno tre settimane piene di sfide e di momenti difficili, e che spera di trovare forza in quei momenti ricordandosi che il Tour dopotutto è il motivo per il quale è salito su una bicicletta, da ragazzo. 

Guillaume Martin della Wanty-Gobert, che è un fine pensatore (sul serio: ha un master in filosofia), in un editoriale su Le Monde ha citato Montaigne e ha elencato le ragioni per le quali secondo lui un uomo può decidere di sottoporsi a un carico di sofferenza pari a quello richiesto a un partecipante del Tour de France: a) per un’egotica affermazione di sé; b) per un desiderio fisico di evasione; c) per una forma di oscuro e masochistico piacere. Ma soprattutto - aggiunge - per trovare una direzione in un mondo che non ha alcun senso.

Alcuni corridori scrivono delle cose molto belle. 
Dovreste leggere le loro pagine, piuttosto che questa. 

Però siete arrivati fin qui. Mi fa piacere.
E il pezzo è quasi finito. 
Per completarlo mi sono spostato al bar dell’angolo. Qui dovrei scrivere della prima tappa, della caduta di Geraint Thomas, il campione in carica, e sopratutto di quella di Jakob Fuglsang, uno dei suoi principali avversari, che ha rimediato un ginocchio dolorante ma - per fortuna - nessuna frattura. 

Ci vorrebbero anche due parole su Mike Teunissen, l’olandese he ha battuto Sagan - Peter Sagan! - in volata. Teunissen, che dice di non amare le volate - le trova pericolose -, ha vinto al fotofinish una delle volate più importanti dell’anno. Il suo capitano (Groenewegen) è caduto e lui ha vinto al posto suo. Poi ha ricevuto una telefonata dal padre: gli ha detto di essere orgoglioso di lui. È stato premiato da Eddy Merckx in persona, infine ha indossato la prima maglia gialla. 
Certi giorni sono proprio perfetti.

Dovrei scrivere meglio di tutto questo, ma l’articolo è già lungo. Inoltre qui al bar sono successe delle cose.
Prima di tutto è entrato un signore che ha chiesto un ghiacciuolo. Ha detto così: gentilmente, un ghiacciuolo. Penso sia giunto direttamente dal 1769, deve aver parcheggiato la macchina del tempo qui fuori.

Dopodiché sono entrati anche un nonno e il suo nipotino, che si chiama Alessandro e ha quattro anni. Lo so perché è venuto a mangiare il suo gelato al fior di latte accanto a me. Credo gli piaccia il mio computer (andrò via prima che me lo impiastricci tutto). Ma più del mio computer gli piace il gelato: il nonno lo imbocca e lui, allegramente impaziente, batte le mani tra un cucchiaino e l’altro. 

Ora non vorrei essere troppo zuccheroso, però credo di seguire il Tour de France perché produce su di me lo stesso effetto che il gelato produce su Alessandro. Mi rinfresca, mi rallegra. Qualche volta mi fa battere le mani. 
Ecco, forse è un inizio di spiegazione: non posso più andare al bar con un nonno, ma posso sempre guardare il Tour. 
Ne è appena cominciato un altro. Promette bene.
Sono felice.

 

 

 

 

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