Tourbillon: Ritrovare Amador

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

"Tourbillon" è una serie di pensieri sparsi, liberamente ispirati al 106° Tour de France. Di Leonardo Piccione.

 

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Il suo arrivo è stato annunciato da tre passi pesanti, un’energica manata sul bancone e, non appena il barista Aldo si è girato di scatto verso di lui, prefigurandosi chissà quale forma di attentato, una risata di gran gusto: «Ci caschi ogni volta, ah!»

Al bar dell’angolo è appena entrato Franco l’astronomo, detto "Pavarotti".

Tra i tre appellativi che lo identificano, Franco è l’unico che contenga un elemento di verità: pare che all’anagrafe, una sessantina di anni fa, quest'avventore sia stato effettivamente registrato come Francesco. "Astronomo" è invece un retaggio degli anni delle medie, quando aveva sviluppato una speciale abilità nello spiare con discrezione ma non senza efficacia tutte le coppiette della scuola intente ai primi amoreggiamenti. 

"Pavarotti", infine, non ha nulla a che fare con l’estensione vocale, come avrete a questo punto intuito, ma con la prominenza del suo addome, il quale nei momenti di massima estensione può raggiungere una circonferenza eccessiva persino per le camicie extralarge che è solito indossare, e che non riescono a coprire del tutto la pinguedine, lasciando plurimi centimetri quadrati di cute addominale alla mercé degli agenti atmosferici e degli sguardi altrui.

Non viene spessissimo al bar, diciamo una o due volte al mese. Nei periodi di assenza, nessuno sa di preciso dove vada, cosa faccia, come si procacci il cibo. Non ci sono nemmeno tante occasioni per chiederglielo, a dire il vero, dato che l’astronomo ha questa tendenza a occupare la scena e a tenere per sé la parola.

Di solito attacca leggendo una a una le massime esposte sulla parete alle spalle del bancone, roba tipo “Per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno” o “Oggi vino gratis (ma questo cartello è di ieri)”: cose da bar, vecchie e di dubbio gusto, che però per qualche motivo lo fanno ridere moltissimo ogni volta. Quando ha terminato con la lettura ordina un gingerino e, per recuperare dall'accaloramento da grasse risate, si sbottona un po' la camicia.

Nei giorni caldi come oggi c’è il rischio concreto che sacrifichi tutti i bottoni, e che resti dunque col petto al vento. Quand’è così, il nostro astronomo - al netto giusto di una settantina di chilogrammi - mi fa inevitabilmente pensare ai ciclisti del Tour de France in un tipico giorno pirenaico.

I Pirenei, dove a luglio fa caldo per definizione, sono il luogo d’elezione dei mezzi spogliarelli dei corridori meno tolleranti alle alte temperature. Sulle salite pirenaiche, con più frequenza che altrove, è possibile ogni anno ammirare passisti che si mettono a loro agio e scalatori che denudano i toraci smunti, le divise ondeggianti al ritmo della pedalata. 

Non sono spettacoli esteticamente esaltanti, almeno non secondo i canoni tradizionali. Ma il ciclismo - com’è noto - ha dei paradigmi tutti suoi, il più delle volte non compatibili col senso comune.

Memorabile, al riguardo, la recentissima (e villosissima) performance di Matteo Trentin sul Peyresourde, qualche giorno fa. 

Tra le esibizioni offerte nel tappone pirenaico di ieri, invece, ritengo di dover citare quella di Andrey Amador. Costaricano di quasi 33 anni, forte sia in salita che sul passo, Amador è un habitué del petto scoperto - e delle fatiche bestiali.

Ieri pomeriggio, dopo essersi inserito nella fuga di giornata e aver lavorato per uno dei suoi capitani (Quintana), a un certo punto è stato fermato dalla squadra: dal gruppo della maglia gialla aveva attaccato un altro dei suoi capitani (Landa), e, nel tratto tra la penultima e l’ultima salita, Amador avrebbe dovuto lavorare anche per lui.

Rimboccatosi le maniche che non aveva, Amador si è messo dunque a disposizione di Landa, contribuendo insieme a un altro mulo azzurro, Marc Soler, al dilatarsi del vantaggio del basco. 

«Ed ecco che Landa ritrova Amador!», ha esclamato Francesco Pancani al momento del ricongiungimento tra i due, comunicando con giusta enfasi l’importanza dell’accaduto.

Perché ritrovare Amador è un'autentica benedizione.

È come quando, in una partita di Tetris, eri sul punto di perdere ma spuntava un pezzo che ti permetteva di liberare spazio e proseguire la partita. Ritrovare Amador è come pescare una banconota da 20 euro nella tasca di un jeans che non usavi da tempo, o scorgere una faccia amica a una cena dove eri convinto di non conoscere nessuno.

Ritrovare Amador è l’esatto contrario di Perdere l’amore: un enorme sollievo, una gigantesca iniezione di speranza.

 

Ritrovare Amador
Quando si fa dura
Quando sopra al viso
C’è una ruga che non c’era

 

(scusate)

 

Nel momento in cui ha ultimato anche i servigi per Landa, Amador si è staccato nel modo con cui si staccano sempre i corridori addetti per mestiere all'autoannientamento: all’improvviso, quasi smettendo di pedalare, zigzagando per alleviare la fatica nel momento in cui essa presenta salato il suo conto.

Poco dopo - si trovava sull'ultima salita, ormai staccatissimo - ha incontrato José Joaquín Rojas, uno dei suoi compagni di squadra non selezionati per il Tour, che ci ha tenuto ad abbracciarlo.

Sabato pomeriggio invece, sul Tourmalet, Amador si era fermato a salutare amici e parenti arrivati da oltreoceano: sua madre gli aveva dato un bacio sulla guancia, che è una ricompensa non di poco conto quando realizzi che per il resto la tua fatica non è che abbia portato 'sti gran frutti.

Consideriamo ieri. Landa, il capitano per il quale Amador si è consumato, alla fine non è riuscito a vincere la tappa (ha vinto di nuovo Simon Yates) e nemmeno a recuperare più di tanto in classifica generale. Verso metà della salita di Prat d'Albis, infatti, dietro di lui hanno accelerato di brutto - soprattutto Pinot, che ha deciso di diventare il favorito alla vittoria finale del Tour.

Alaphilippe invece ha cominciato a mostrare segni di umanità, mentre Bernal si è preso - forse - la leadership della sua squadra.
Infine ha anche piovuto, tanto per aggiungere un pizzico di epica a una giornata già pregna di eventi: gli dèi del ciclismo quando decidono di fare le cose in grande non badano a spese.

Il Tour si presenta alla sua ultima settimana con sei contendenti e pochissime certezze. Un intreccio talmente contorto che potrebbe tranquillamente essere stato immaginato da Franco l’astronomo, provenire da una delle storie strampalate che lui ha appreso chissà quando e da chissà chi. 

È sempre uno spasso starlo ad ascoltare.

Eccolo qui, pancia all'aria, mentre si scola il gingerino. Ora che il suo eloquio si è un attimo placato, Aldo ne ha approfittato per avvicinarsi al mio tavolino:

«Hey, ho di nuovo una cosa per te», ha detto a bassa voce. «Sempre da parte di lei».
«Eh?! Sarà mica un'altra lettera...», ho ribattutto con malcelata preoccupazione.
«No no, non è una lettera. Appena va via l’astronomo te la vado a prendere».

 

 

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PUNTATE PRECEDENTI

21 luglio: Allez Romain
20 luglio: Assenza di gravità
19 luglio: Stallo (alla messicana)
18 luglio: Amica prudenza
16 luglio: Chi sei?
15 luglio: L'anno del salmone
14 luglio: Altri tempi
13 luglio: La legge di Martin
12 luglio: Capire di ciclismo
11 luglio:​ Riposare gli occhi
10 luglio: La ruota di Richeze
9 luglio: Rossetto rosso
8 luglio: Giocare il jolly
7 luglio: Un giorno perfetto

 

 

 

 

 

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