Tourbillon: Capire di ciclismo

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

"Tourbillon" è una serie di pensieri sparsi, liberamente ispirati al 106° Tour de France. Di Leonardo Piccione.

 

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Nemmeno uno. Ho sbagliato tutti i pronostici che avevo fatto prima della tappa.

Alaphilippe conserverà la maglia gialla? Avevo detto di sì: l’ha persa per 6 secondi.
Bernal staccherà Thomas? Avevo detto di sì: Thomas ha staccato Bernal (e anche gli altri rivali, se è per questo).
Nibali rimarrà con i migliori? Avevo detto di sì: ha perso diversi secondi da tutti i big (tranne che da Bardet).

Zero su tre è pochino. Si può legittimamente affermare che io capisca poco di ciclismo.
Lo accetto.

Il punto però è che non seguo il Tour de France per capire di più di ciclismo. 

Vorrei capire di più di parecchie cose. Di astronomia, per esempio: mi piacerebbe tanto poter raccontare delle diverse ipotesi sulla formazione della Luna, anche dei motivi che questa sera la rendono più rossa di ieri. Vorrei capire di più di filosofie orientali e di meccanica quantistica, di epistemologia genetica e storia medievale.

Ma non voglio capire di più di ciclismo

Intendiamoci: mi interessano tecnica e tattica del ciclismo. Anche i materiali di cui sono fatte le biciclette di nuova generazione, l’importanza della predisposizione genetica, l’influenza dei diversi metodi di allenamento. 
Una volta ho passato un weekend a leggere tutti gli articoli scientifici pubblicati sul tema “analisi della probabilità statistica di successo delle fughe nel ciclismo professionistico”. 

Sono temi intriganti. 
Ma non guardo il Tour per imparare qualcosa di più su di essi. 

Guardo il Tour con la pretesa di imparare qualcosa di più su di me, soprattutto; sulla bizzarra specie cui appartengo.

Perché non ho il coraggio di chiedere al mio vicino di tavolo, così scuro in volto, per quale motivo sia deluso, e cosa sia per lui la frustrazione. Ma ho compreso bene quella di Romain Bardet alla fine della sesta tappa del Tour, allorché, dopo essere andato in crisi nera sul tratto finale di sterrato, gli si è pure rotto il cambio a pochi metri dal traguardo.

Non è il caso che esca e chieda lumi sul tempo che passa al vecchino seduto in piazzetta. Ma mi conforta aver conosciuto lo spirito con cui André Greipel affronta il suo tramonto sportivo: attacca in una tappa di montagna, tiene duro finché può, si diverte, scherza sul suo stato di forma.

Non ho nemmeno il tempo di chiacchierare con lo studente che lì in fondo ripete per il suo prossimo esame riguardo le speranze che nutre per il futuro. Ma immagino siano simili a quelle che cullava Giulio Ciccone quando si è infilato nella fuga che a fine pomeriggio gli avrebbe consegnato la maglia gialla.

(Dovesse invece quell’esame andar male, gli auguro che come Alaphilippe - che la maglia gialla l’ha persa - si arrabbi e rimugini un po’, ma subito dopo cominci a pensare alla prossima tappa sessione.)

Io guardo il Tour perché i corridori che si disperdono sulla Planche des Belles Filles come chicchi di grano fuoriusciti da un sacco bucato sul fondo, prima numerosissimi - quelli ammassati sotto espulsi di colpo dalla pressione dei sovrastanti - poi, a sacco quasi vuoto, sempre più alla spicciolata, uno alla volta, i più resistenti aggrappati disperatamente agli ultimi brandelli di tessuto e infine vinti anch’essi dalla gravità e consegnati alla polvere; ecco, quei corridori sparsi disordinatamente lungo il primo arrivo in salita del Tour de France sono un campione significativo dello spettro di situazioni in cui ci si ritrova quando, dopo essersi fatti a lungo delle domande, cominciano ad arrivare le risposte.

È un bel casino.

Decine di attese che si realizzano contemporaneamente, ciascuna con il suo risvolto emotivo. Frustrazione. Giubilo. Rabbia. Sollievo. Nessuno chiede ai corridori di interpretare tutte queste reazioni, o di metterle in scena. Semplicemente stanno là, sui loro volti, stampate in una lingua che non richiede d’essere decrittata, ad uso e consumo di chi abbia voglia di leggerle.
Di imparare, appunto.

Come dite? Ho di nuovo esagerato con le elucubrazioni? Probabile. 

Il fatto è che sto finendo di scrivere questa pagina in mezzo a un frastuono di gabbiani e di onde: oggi sono finalmente andato al mare, e il mare - si sa - ha questo benedetto potere di ingigantire sempre tutto.

Un po’ come il Tour de France, insomma.

 

 

 

 

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