Tourbillon: L'anno del salmone

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

"Tourbillon" è una serie di pensieri sparsi, liberamente ispirati al 106° Tour de France. Di Leonardo Piccione.

 

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Eccomi di ritorno al bar dell’angolo. Dopo tre giorni di latitanza sto andando a riprendere il mio posto. 

Il tavolino in fondo a sinistra è libero. È sempre libero a quest’ora, d'estate: molti dei miei compaesani sono ancora in spiaggia, altri stanno rientrando giusto adesso, altri ancora si sono appena fatti la doccia e mezzi bagnati stanno godendo in balcone della bava di vento che si alza di solito nella seconda parte del pomeriggio. 

È di gran lunga il momento più bello della giornata. L’afa delle ore centrali è passata, ma il tramonto è ancora a distanza di sicurezza: c’è tempo e modo di respirare, di guardare con fiducia a una serata in cui è difficile immaginare che qualcosa possa andare storto. 

Questa è l'ora in cui i bambini implorano i genitori di portarli a prendere un gelato. In cui gruppi di ventenni si vedono per uno o più spritz; adulti moderni verificano su TheFork se in una delle panzerotterie del litorale ci siano offerte. Molte coppie si mandano il primo di una serie di vocali che comunque non servirà a trovare un accordo definitivo sull’orario dell’appuntamento - appuntamento invece già fissato dagli amici che andranno in campagna a vedere Giove: non dopo le 22.

Questa è anche l'ora in cui io vado al bar a scrivere di ciclismo.
Non sono in molti a scegliere questa opzione.

Il mio tavolino dunque è sgombro, a parte un portatovaglioli e la Gazzetta del Mezzogiorno, che decido di sfogliare prima di riporre sul tavolo accanto. 

La prima pagina è un assortito campionario di disastri: la piaga-disoccupazione, le spiagge inquinate, le bugie del governo, un altro morto sul lavoro, l’incidente provocato da un uomo che mentre guidava era in diretta su Facebook.

Il giornale di oggi suggerirebbe che il mondo è un posto molto poco poetico. 
La cronaca vorrebbe instillare in me una specie di senso di colpa: mentre tutto va a rotoli, io guardo imperterrito il Tour de France. Passo ore e ore a osservare biciclette e girasoli, trattori addobbati e altre forme di arte agreste.

Il che è del tutto vero. A proposito: poco prima che i corridori arrivassero a Brioude, l'elicottero ha inquadrato una coreografia che mi ha colpito più delle altre. Si trattava del profilo di un pesce gigante ricavato all'interno di un campo di grano.
Sopra c’era scritto “2019: Année du saumon”.

Questo Anno del salmone mi ha fatto pensare all'Anno della lepre, uno dei romanzi più noti di Arto Paasilinna.

All’inizio de L’anno della lepre Kaarlo Vatanen, un giornalista profondamente deluso dalla vita, sta tornando a casa in compagnia di un collega, in auto. A un certo punto i due investono inavvertitamente un leprotto. Vatanen ha allora una reazione improvvisa: esce dall’auto e si avventura nella foresta per trovare l’animaletto ferito e salvarlo.

È l’inizio di una serie di incontri bizzarri, paradossali, che porteranno Vatanen sempre più lontano dalla solita vita ma sempre più vicino alla natura, e a se stesso. «Torna subito a casa», gli intima a un certo punto la moglie al telefono. «Veramente pensavo di non tornare mai più», le risponde Vatanen al culmine della sua fuga da tutto. 

Ecco: come la lepre per Vatanen, il Tour de France rappresenta per noi che lo guardiamo una scusa. La scusa che tutte le estati ci viene offerta per allontanarci per tre settimane dalle routine, dalle prime pagine dei quotidiani, dai sensi di colpa.

È per questo che in tanti gli vogliono bene. Migliaia di uomini e di donne che ogni giorno mettono da parte i guai e vanno in strada a celebrare la loro terra, i loro salmoni, la loro corsa.

È sempre per questo che Yoann Offredo, l'ultimo della classifica generale, ci tiene così tanto a rimanerci, al Tour.

Alcuni mesi fa, dopo una brutta caduta e un rischio di quadriplegia scongiurato per poco, Offredo ha promesso che non si sarebbe mai più lamentato della fatica che fa in bicicletta. Sabato scorso il suo proposito è stato messo alla prova: dopo una notte insonne a causa di un violento virus intestinale, Offredo ha trascorso l’intera ottava tappa del Tour dietro a tutti, staccatissimo dal gruppo, per lunghi tratti completamente da solo. A metà corsa aveva già 20 minuti di ritardo.

Su una salita ha trovato uno spettatore che l’ha spinto per 700 metri: per ringraziarlo, gli ha regalato una delle sue borracce. Allora lo spettatore l’ha spinto per altri 700 metri, e Offredo gli ha donato una seconda borraccia. Dopodiché però si è accorto di essere rimasto senza borracce per sé.

Quando è arrivato al traguardo, tiratissimo in volto, ha dichiarato di non aver mai sofferto così tanto in vita sua, ma anche di essere felice per essere riuscito ad arrivare entro il tempo massimo ed essere così rimasto in gara: «Perché il Tour potrà abbandonare me, ma è fuori questione che io abbandoni il Tour».

Come si può abbandonare il Tour? 

Il Tour è rifugio degli utopisti e riserva indiana dei sognatori.
Non è un caso che qualcuno abbia proposto di eleggerlo patrimonio mondiale dell’umanità.

Con buona pace della Gazzetta, adesso torno a occuparmene. Vorrei leggere un articolo du Daryl Impey, il vincitore della tappa di oggi.

Intanto però ordino una bella aranciata fresca. 
Bisogna ricordarsi di far festa, dopotutto: è estate, è l’anno del salmone.

 

 

 

 

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